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« Un grazie alla scienza »

Sono trascorsi dieci anni da quell'intervento, che è sempre nei miei pensieri e nelle mie notti insonni, procurandomi al contempo angoscia e voglia di vivere.

Nelle mie vicissitudini di salute c'è, però, un antefatto. Era il 1940, il mondo stava cambiando volto a colpi di cannone, ed io, ragazzone esuberante e atletico, per il fatto di vivere in ambienti umidi e poco o male riscaldati, mi ammalai di pleurite essudativa. Me la curò un medico ebreo, figura di grande umanità che poi venne deportato in un lager cui non sopravvisse. Aspirava il liquido dai miei polmoni con una grossa siringa, aiutato da mia madre: mi confortava il fatto di essere nel mio letto, a casa mia. In seguito, con grandi sacrifici, i miei genitori mi mandarono in Liguria per la convalescenza. Otto mesi di cure, sole, riposo e dieta mirata mi rimisero in sesto, e potei tornare a praticare i miei sport preferiti: il calcio e l'alpinismo.

Col passare degli anni, un po' per l'età e un po' per pigrizia, ridussi il tempo dedicato all'attività fisica, e come di solito capita agli omoni che conducono una vita sedentaria, si manifestarono i primi sintomi dell'obesità. Siccome la cosa andava peggiorando, mi rivolsi al medico di famiglia, che concepiva il proprio lavoro non come un mestiere, ma come una missione. D'intesa con mia moglie, mi convinse a sostenere tutta una serie di esami di controllo, tra i quali una radiografia al torace che, con mia grande sorpresa, evidenziò una macchia, o meglio, un punto nero nel polmone di destra. Subito pensai si trattasse di un residuo della pleurite contratta in gioventù, ma poi rammentai che quel bravissimo medico ebreo era solito usare la grossa siringa sul polmone sinistro. Preoccupato quanto me per quella misteriosa macchia nera, il medico curante mi fece sottoporre ad una broncoscopia, un esame antipatico e doloroso, ma che permise di vedere i miei polmoni e di prelevare un minuscolo lembo che fu inviato al Centro Tumori per un'analisi più approfondita. Da quest'analisi risultò che dovevo essere operato. Alla vigilia del Natale 1995 mi presentai all'ospedale di Cuneo, ma la tensione e, perché no, la paura fecero impennare la mia pressione, sicché l'anestesista negò il suo consenso all'intervento.

Mi mandarono a casa, e sfogai la tensione con lunghe passeggiate. Tornai all'ospedale dopo le feste, e stavolta entrai in sala operatoria. Mi divaricarono le costole e mi asportarono dal polmone di destra una massa grossa come una noce, un frammento della quale fu inviato al Centro Tumori per l'esame istologico. L'esito di parziale benignità (si trattava di un carcinoide del polmone) riempì di gioia me e la mia famiglia. Del periodo di degenza ricordo la ferita all'emicostato che non mi permetteva di riposare in posizione supina: per maggiore sicurezza, mi avevano asportato un pezzo di polmone apparentemente sano tutto intorno alla massa tumorale. Ma ricordo anche l'attenzione e la gentilezza del personale medico ed infermieristico che mi assistette.

In seguito, mi presero in cura i dottori Buccheri e Ferrigno di ALCASE: da circa 10 anni, periodicamente e con grande professionalità controllano i miei polmoni, senza aver più riscontrato nulla di patologico. Attualmente riesco a fare delle escursioni in montagna a quote impensabili alla mia età.

Questa è la semplice storia di una persona che non ha mai fumato né bevuto liquori, e che, alla luce della sua esperienza, ha fiducia e stima nei medici specializzati nella malattie polmonari. Sono profondamente convinto che col tempo essi riusciranno a sconfiggere il male della nostra epoca: il cancro. Ancora un grazie alla scienza medica.

 

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