Testimonianza della Sig.ra Sapino Lucia

UNA FERITA DA ALTA SARTORIA

Ottenuta la licenza elementare, di fare la vita dei miei genitori proprio non ne volevo sapere. Mi ero impuntata: io in campagna mai! Una zia a servizio presso una famiglia di Torino, e che la pensava esattamente come me, mi aveva trovato un posto in un atelier nella centralissima via Roma. Ero entusiasta, i miei per niente, soprattutto mio padre. Dovettero arrendersi alla mia incrollabile cocciutaggine. Ancora oggi sono contenta di aver fatto di testa mia. Di non avere rimpianti: la vita è già dura di suo. Ma poter decidere secondo le proprie aspirazioni non significa affatto che essa, la vita, sarà più facile.

Negli anni subito dopo la guerra, tutte le mattine, dal lunedì al sabato, prendevo il treno delle 6 e 20 da Racconigi per andare a lavorare a Torino. E rincasavo alle 9 di sera. Non osavo né volevo venirmene via prima per prendere il treno delle 18,40, il treno degli operai. Così prendevo quello delle 19,30 per Bra, e cambiavo a Carmagnola. Ma, oltre al senso del dovere, c’era dell’altro: una bugia. E le bugie tanto salvano quanto vincolano. Siccome in quel laboratorio non assumevano ragazze di fuori, avevo dichiarato che stavo da una zia. In realtà la vedevo solo nella pausa pranzo, questa zia. Andavo e tornavo da lei in tram: a turno le colleghe mi prestavano il loro biglietto. Questo per dire quanto mi volessero bene, la solidarietà che c’era tra noi (e a quell’epoca in generale). Eravamo 25 ragazze, io ero la più giovane. Era un posto favoloso. Prediligevo gli abiti da sposa, chiffon e paillettes, anche se, cosa giusta, imparai a fare un po’ di tutto. Un mestiere stimolante e gratificante. Ma non da subito redditizio: i primi tempi lo stipendio era inferiore all’abbonamento del treno! Il rovescio della medaglia era comunque la vita da pendolare. Mi stremava. Un giorno la titolare del laboratorio venne in visita a Racconigi: pensava che, conoscendo la mia famiglia, forse avrebbe capito il perché fossi sempre distrutta. Dimostrò di non essere una persona superficiale e menefreghista. L’esatto contrario di chi, molti anni dopo, per la professione che esercita avrebbe dovuto avere nei miei riguardi più attenzione di chiunque altro.

La vita da pendolare durò sei anni, fino a che non incontrai colui che sarebbe diventato mio marito: Antonio Allocco. Si sa com’è l’amore. A Racconigi lavorai ancora due anni alle dipendenze di una signora. Poi, incoraggiata e sostenuta da mio marito, aprii un mio laboratorio, con la macchina da cucire nuova di zecca e alcune ragazze che venivano a bottega. C’era tantissimo lavoro, da non alzare mai testa. Creavo abiti da sposa, cappotti, soprabiti. Antonio faceva l’idraulico, e per tanti anni, la sera dopo cena o nei festivi, fece anche il proiezionista al cinema. Matteo, il nostro unico figlio, da piccolo ha visto il padre più in cabina di proiezione che a casa. Quando lui stava studiando per la maturità scientifica, conseguii la licenza di terza media: sentivo di dover assolutamente fare qualcosa per placare l’ansia. Pur tra le mille incombenze tipiche di una moglie e madre che lavora in proprio, non persi mai una lezione. Seguivo con interesse e mi applicavo con profitto. Mio figlio trovò la sua strada lavorativa nell’apicoltura. E la mia testimonianza arriva al dunque.

Nella notte tra il 31 dicembre 1996 e il 1° gennaio era caduta tanta neve. Io e mio marito andammo a spalarla nel cortile del laboratorio di Matteo, a Savigliano. Sarà perché mi ero affaticata, perché avevo preso freddo, sudato, non so, sta di fatto che mi ammalai. Più che altro mi venne una gran brutta tosse, una tosse secca, odiosa per me e per gli altri. Una sera a cena un’amica di Matteo, infermiera, mi disse: “Lucia, mi fa male vederti tossire così. Vai a farti vedere da uno specialista”. A ragione Matteo s’inalberò, e pretese che dessi retta a quel consiglio, che poi era il suo da tempo. Era già stato lui a convincermi ad andare dal medico di famiglia. Questi, snobbando il sintomo, mi aveva prescritto il classico sciroppo inefficace. Allora tornai e gli richiesi l’impegnativa per una lastra. Me la rilasciò, ma aggiunse, con un tono di sufficienza mista a fastidio: “Se per una tosse tutti chiedessero una lastra…”.

Due TAC (chissà perché due) confermarono quanto emerso dalla radiografia: la presenza di una macchia sospetta al polmone destro. Mi ero ammalata del tipico tumore dei fumatori, sebbene non avessi mai fumato. Forse dovrei dire, con più sottigliezza, sebbene non avessi mai portato la sigaretta alla bocca: ero sempre stata circondata da fumatori incalliti. Mia madre fumava per dimagrire. Mio padre morì con la sigaretta che gli penzolava dalle labbra. Mia sorella, sarta pure lei, aveva la macchina da cucire costellata di bruciacchiature. Della categoria facevano parte mio marito, mio suocero, i cognati. Quando alla sera si riunivano in cucina per esaminare un lavoro, la coltre di fumo era così spessa che non si vedeva più il lampadario! C’ero anch’io in mezzo a loro. E, senza accorgermene, fumavo.

La situazione era seria, ma non inedita: in passato, il cancro mi aveva già aggredita all’utero. Avevo 36 anni. Ne erano passati nove dalla gravidanza. Un’amica mi aveva convinta a sottopormi al PAP-test: ero sempre stanca, nervosa. Esaurita, come quando facevo la pendolare. Avevo mestruazioni abbondanti, il ciclo era completamente sballato. Il lavoro, il figlio, la casa: stress. All’ospedale di Savigliano mi dissero: “Signora, cercheremo di lasciarle un frammento di ovaie per non portarla anzitempo alla vecchiaia”. Invece piallarono via tutto, ma almeno tornai a stare bene.

Fino a 50 anni, quando “fui bruciata” nella schiena dal fuoco di Sant’Antonio. Un male atroce,  che passò grazie a punture e creme.

Certo, questi due precedenti erano poca cosa in confronto al cancro del polmone. Per fortuna non c’erano metastasi ed era ancora operabile. Facevo in tempo a prendere “il treno delle 19,30”. Fosse stato per il medico di famiglia, mi sa che avrei perso pure quello. Al Santa Croce di Cuneo mi invitarono senza mezzi termini a scegliere un altro dottore della mutua. Me lo impedì questo particolare: era un cliente di mio marito.

Venni operata il 2 maggio 1997: lobectomia superiore destra. La vigilia dissi al chirurgo toracico, il dottor Vassallo: “Sono una sarta: cucitemi bene!”. Obbedirono, manco fossero stati alle mie dipendenze nel laboratorio. Il risultato fu un ricamo, proprio una bella grechina, come si faceva una volta sul quaderno di scuola tra un esercizio e l’altro. Non sarebbe stato possibile fare di meglio. I punti tutti uguali, fini, lineari, non irregolari, grossi, asimmetrici come nel caso di mia suocera, che il tumore, poverina, l’aveva avuto al seno: nella zona della ferita l’indumento, camicetta o maglia che fosse, le formava una specie di dosso, una protuberanza.

Fatta salva l’estetica, mi ci voleva ancora una chemioterapia adiuvante, vecchia e tossica, inserita in un protocollo nazionale di trattamento denominato ALPI, che oggi non viene più seguito. Firmai il consenso informato. La prima seduta fu anche l’ultima. Mi pare fosse un lunedì, durò dal mattino fino alla sera tardi. Rincasai all’una di notte. Ero pimpante, e quasi stupita. Poi lo scenario cambiò repentinamente. Non solo nausea, vomito, tutti effetti prevedibili: mi ero bloccata dalla testa ai piedi. Pur volendolo, non riuscivo nemmeno a buttare giù un bicchiere d’acqua. Soffrivo le pene dell’inferno. E poi avevo freddo, tanto freddo, che manco la coperta in lana merino mi scaldava. Ed era giugno! Arrivò il medico di famiglia. Il suo unico commento fu, con un tono finto consolatorio: “Eh, signora, lei lo sa cos’è la chemio…”. La sua unica azione: battermi una mano sulla spalla mentre pronunciava quella banalità gravemente offensiva. Non mi fece nemmeno una flebo. Secondo lui, bisognava pazientare 7-8 giorni. 7-8 giorni? Ancora 5-6 ore e ci sarei rimasta secca, come  mi dissero poi, scandalizzati, al Carle di Cuneo. Mio marito mi ci aveva portata all’alba, in auto. Lo rimproverarono: in quelle condizioni avrei dovuto viaggiare in ambulanza. Ma l’importante era che fossi finalmente in mani sicure. Otto giorni di ricovero e le cure mi rimisero in sesto. Venni dimessa con  un foglio nel quale – qualora avessi cambiato struttura e medici – si avvisava che non avrei potuto fare alcun tipo di chemioterapia, perché intollerante. A parte le visite periodiche, sempre rassicuranti, la mia esperienza con il Big Killer si chiuse lì.

Se fai la sarta in una piccola città di provincia, tutti sanno chi sei. Quando mi ammalai, moltissime persone chiedevano notizie alla mia famiglia, credo non per mera curiosità ma perché mi volevano bene. Tutto quell’affetto andava a sommarsi a quello intenso e rigenerante dei miei nipoti, che allora erano piccoli e mi impegnavano parecchio. Ma non mi aiutò ad elaborare la malattia. Non ne ebbi il tempo. Dovevo star bene ad ogni costo per accudire mio marito. Si era ammalato alcuni anni prima di me e lo era ancora. A lui dovevo pensare, non a me stessa. La malattia di una persona cara è più difficile da gestire della propria, almeno così la penso io. I sintomi di quella di Antonio si manifestarono nell’estate del ’94. Eravamo ad Alassio con le due nipotine. Un giorno mi chiese cos’avessimo bevuto la sera prima. Niente di particolare, gli risposi: avevamo mangiato il gelato con le bambine. Me lo chiese perché in bagno aveva urinato sangue. La visita dall’urologo rilevò la presenza di polipi nella vescica: se si strappano, c’è una perdita di sangue. Accompagnai mio marito a tutte le visite che seguirono, non ne saltai una. Facevo anticamera quando a lui facevano il lavaggio, quando lo operarono. Ero al suo fianco quando andò ad Ancona per un consulto, e gli dissero che “il suo treno delle 19,30” era passato tre anni prima. In quell’occasione provai cos’è il rimpianto, io che l’avevo scansato sul piano lavorativo. Antonio morì il 10 dicembre 2001, di tumore della vescica e della prostata. Come mio padre.

Ma se la vita è un abito, quello che ora indosso è caldo e confortevole. Chi non mi conosce, mai sospetterebbe il mio passato. Per contro, chi mi conosce si stupisce. Come sempre, il segreto è nella qualità della stoffa: l’affetto di mio figlio, di mia nuora e dei miei adorati nipoti. La domenica di solito cucino io per tutti: anche ai fornelli me la cavicchio. Durante la settimana, da sei anni a questa parte gestisco il punto vendita del miele qui a Racconigi: mio figlio ne produce diversi tipi. La sartoria aveva fatto il suo tempo. Ormai le ragazze andavano tutte a scuola, e da sola non ce l’avrei fatta. Per smettere ho dovuto trovare delle scuse (che poi tanto scuse non sono), tipo la vista e il mal di schiena. Dopo la malattia ho ripreso a guidare la macchina, però preferisco fare lunghe passeggiate a piedi e, soprattutto, lunghi giri in bicicletta. Ah, quanto mi rilassa pedalare! In fatto di relax, ritengo di essere in credito con il destino. So quando conviene uscire in bicicletta, se il tempo terrà o meno. Commentando la ferita, il dottor Vassallo mi disse: “Signora Sapino, lei sarà un’infallibile meteorologa!”.

IL COMMENTO DEL Dr. Buccheri

Ancora una storia che dimostra come di cancro del polmone si possa guarire davvero e definitivamente! Un piccolo tumore (solo 2.5 cm di diametro) senza alcuna metastasi. Un intervento di lobectomia (asportazione del lobo polmonare che conteneva il tumore) radicale, che riuscì perfettamente. E dopo 10 anni possiamo essere ragionevolmente certi che la Sig.ra Sapino è davvero guarita!…

Così, abbiamo una nuova conferma di quanto noi ostinatamente andiamo ripetendo: per sconfiggere il cancro del polmone o, perlomeno, per trasformarlo in un tumore “tranquillo”, che fa poca o nessuna paura, è necessario anticipare le nostre diagnosi.  Dobbiamo scoprire il cancro, quando esso è ancora “piccolo” e perciò facilmente curabile.  Tutti dobbiamo fare maggiore attenzione alla presenza di eventuali disturbi respiratori, anche a quelli più innocui…

Se è il caso, dobbiamo rivolgerci al medico di famiglia e pretendere che vengano fatti gli opportuni accertamenti.  E per aiutare a stabilire se ne davvero è il caso, ALCASE Italia mette a disposizione di tutti un pieghevole, intitolato “sei a rischio?”.   Nel pieghevole sono elencati i fattori di rischio e tutti i sintomi e i segni della presenza del tumore, e vi è un test che permette di quantificare il proprio rischio di essere malato e dà indicazioni su cosa fare.

Chi fosse interessato può scaricarlo alla pagina: http://www.alcase.it/education/opuscoli-informativi/rischio/