Testimonianza della Sig.ra Gallesio Lucia

LUCIA GALLESIO: “L’EREDITÁ DI MIO MARITO”

Videotestimonianza del 26-9-11 su YouTube

Prima toccò a mio marito, Stefano Aimo, poi a me. Lui non c’è più. E dire che per anni i controlli clinici ci avevano convinti che fosse fuori pericolo. Spesso non basta tenere alta la guardia, contro questa malattia: sferra colpi bassi e impercettibili, quando te ne accorgi sei già al tappeto, quell’arbitro chiamato destino sta già contando e tutti sanno, tu per primo, che non ti rialzerai più. Nel caso di mio marito l’arbitro contò fino a 15: giorni, intendo.

Per Stefano il match era cominciato nel 1994. Avevamo in programma un viaggio in Spagna, regalatoci dai nostri due figli: Pier Vincenzo e Andrea. Entrambi hanno seguito le orme del padre, che a sua volta aveva ingrandito l’attività di suo padre: una falegnameria specializzata in porte e finestre. Mio marito fu anche nominato Cavaliere del Lavoro. Era orgoglioso: non del titolo, ma del fatto che i figli avessero deciso di restare in azienda, che ancora oggi porta il suo nome. Stavo dicendo di questo imminente viaggio in Spagna. Ebbene, da un po’ di tempo mio marito sentiva dolore a un fianco. Gli consigliai di andare dal medico di famiglia, che così gli avrebbe prescritto qualcosa: se non per guarire, almeno per rendere sopportabile il male durante la vacanza. Il medico era una persona acuta e scrupolosa. Lo visitò attentamente, poi gli disse, il tono sibillino quasi a sottolineare la gravità del problema: “Signor Aimo, lei il viaggio lo farà in ospedale”. Tra gli ospedali, correggo io a posteriori: la prima lastra a Mondovì, un altro esame mi pare a Fossano (adesso non ricordo bene quale), poi al Santa Croce di Cuneo, dove incontrammo il dottor Quaranta, chirurgo toracico. Non appena vide la cartella clinica, operò mio marito d’urgenza. Per motivi precauzionali, gli asportò l’intero polmone destro. Non c’erano metastasi, ma il tumore era di quelli davvero maligni. Stefano fu dimesso dopo due settimane di degenza post operatoria. Erano quindici anni che aveva smesso di fumare. Ma per molti di più aveva respirato tanta vernice.  A quella dava ogni tanto la colpa, quasi mormorando: non perché non ne fosse convinto, ma per la sua innata riservatezza.

A casa sin dai primi giorni diede l’impressione di stare bene, aveva appetito e sonno regolare. Riprese anche a lavorare: le mansioni meno pesanti, certo. Ogni tanto gli mancava il fiato, specie nel fare le scale, ma quando hai solo un polmone e gli anni, invece, cominciano ad essere abbastanza, è del tutto normale, no?

Però non era più la vita di prima, non poteva esserlo. Soprattutto per quanto riguarda il tempo libero. Uscivamo di meno, lui preferiva restare a casa. Una volta andavamo spesso a ballare, e Stefano sì che ballava bene, con grazia e stile. Sembrava ce l’avesse nel sangue, il ballo. Benché di carattere più espansivo e risoluto, non ero brava quanto lui. Meno frequenti erano divenute anche le merende in montagna o nelle Langhe. Qualche volta si andava a magiare in trattoria: lì non devi pensare e fare niente, trovi tutto pronto.

Dopo l’operazione, mio marito si recava dapprima ogni tre mesi all’ospedale Carle di Confreria per le varie scintigrafie, radiografie, broncoscopie eccetera. Poi ogni sei, poi una volta l’anno. Sempre negativi, gli esiti. L’ultima visita fu a marzo 2002. I medici furono rassicuranti: “È tutto pulito, mai più si verificherà una cosa del genere”. Verso la metà di maggio mio marito cominciò a non sentirsi di nuovo bene. Il bianco intorno alla pupilla era diventato giallo: cattivo segno. Lo portammo al pronto soccorso di Mondovì, lo ricoverarono d’urgenza. Un medico ci disse che non c’era più niente da fare: il cancro aveva occupato il polmone sinistro e il fegato. Il dottor Quaranta commentò: “Gli abbiamo regalato otto anni, se vi può consolare”. Poi aggiunse: “Tenetelo in ospedale: la morfina lo aiuterà a non soffrire”. In effetti Stefano non soffrì più di tanto. Lo assistevo tutti i giorni dalle sette del mattino alle sette di sera, quando uno dei miei figli veniva a darmi il cambio. Ma solo per un paio d’ore: di notte mio marito non aveva bisogno di qualcuno accanto. Non aveva perso appetito. Il giorno prima che mancasse gli avevo portato un gelato ricoperto: subito l’aveva rifiutato, poi se l’era mangiato tutto, gustandoselo. Nemmeno in quei giorni, pur sentendo prossima la sua ora, parlò anche solo per una volta della malattia o pronunciò la parola tumore. Non mi chiese mai la cartella clinica. Si fidava di me. Ne avessimo parlato, si sarebbe lasciato andare. Si comportava come se niente fosse, forse perché non voleva preoccuparci. Come ho già detto, era un tipo introverso, ma non nel senso di cupo, musone, imbronciato. Era una persona mite e gentile. La notte tra il 30 e il 31 maggio aveva faticato a respirare. Quando arrivai, al mattino, mi disse che voleva sedersi. Gli presi le gambe e gliele spostai sul bordo del letto, poi lo drizzai tenendolo da dietro la schiena perché non cadesse. Morì in quell’istante. Suonai il campanello, gridai. Arrivarono subito, gli tolsero il catarro. Tutto inutile: Stefano se n’era andato. Aveva 72 anni compiuti. Non gliel’ho mai detto, ma ci tenevo ad essere al suo fianco fino all’ultimo. Sono stata esaudita.

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Nei mesi seguenti cominciarono a mancarmi progressivamente le forze. Una stanchezza perenne, senza apparente motivo. In quel periodo fumavo ancora, in media un pacchetto al giorno. Il piacere della sigaretta era stato più forte del buon esempio di mio marito. Ero così stanca da essere pure allibita: non riuscivo più a salire sul letto! Tuttavia non mi agitai, né pensai alla possibile causa. Lasciai i giorni e le settimane passare, finché i figli mi convinsero ad andare dal medico di famiglia. Per prima cosa fece richiesta di una lastra, poi, esaminatala, ritenne che sarebbe stata più utile una TAC. Ma io avevo già capito tutto e gli dissi: “Dottore, mio marito mi ha lasciato l’eredità!”. Restò di sasso. Con la TAC in mano, fatta a Mondovì – ricordo era novembre, novembre 2002 – mi presentai all’ospedale Carle: un posto famigliare. Il dottor Ferrigno rimase sul vago, chiese se per eventuali comunicazioni sarebbe stato possibile rivolgersi ai miei figli… Apprezzai il suo tatto, merce rara di questi tempi, ma smascherai anche lui: “Dottore, lo so che si tratta dell’eredità di mio marito”. D’accordo sull’informare anche i figli: ma non prima e più di me! La battuta dell’eredità era rivelatrice del mio reale stato d’animo, faceva capire chiaramente che l’avevo presa bene, con filosofia, senza scenate o pianti da tragedia greca. Dal canto loro, Pier Vincenzo e Andrea non tradirono angoscia o disperazione. E poi, non sulla mia pelle ma col cuore e con la mente, ci ero già passata. Adesso era venuto il mio turno da protagonista: dovevo accomodarmi.

Il tumore (al polmone destro) si presentava ad uno stadio avanzato. Secondo i medici, la chemioterapia l’avrebbe consumato del 95%. Mi avvertirono che avrei perso tutti i capelli, e infatti. Comprai una parrucca che indossai una volta sola. Preferivo calotte e berretti. Un giorno, con la macchinetta, diedi il colpo di grazia a quei pochi capelli che per miracolo ancora resistevano. (Sarebbero ricresciuti, e me li sarei pure fatti ricci). Sentivo di essere guardata dagli altri come un alieno, ma non provavo vergogna. Il trattamento completo prevedeva 16 sedute, sempre di lunedì. Ne saltai  una perché una sera, mentre andavo in bagno, scivolai malamente per terra, rompendomi il gomito sinistro e lesionandomi l’anca. Persi i sensi, e quando li ripresi mi trovai legata sulla barella dell’ambulanza. “Non si spaventi, signora”. Non ero spaventata, ero pensierosa: adesso la mia vita sarebbe stata ancora più complicata.

Mi operarono l’indomani mattina e, naturalmente, mi trattennero in ospedale. Alle tre compagne di stanza sempre lì a frignare, le infermiere indicavano me come modello: “Guardate la signora Gallesio! È messa peggio di voi perché ha pure la chemioterapia di mezzo, ed è forte e serena”. Il quindicesimo giorno l’ortopedico venne da me e mi domandò, ironico: “Signora, non ha voglia di tornare a casa?”. “Certo che sì – gli risposi prontamente – ma prima compratemi un’ambulanza!” “Non ce n’è bisogno – replicò lui – può viaggiare tranquillamente in auto”. Per due lunedì mi avevano portata al Carle in ambulanza. Finita la visita, cambiavo ambulanza e mi spostavo al S. Croce per la chemioterapia, poi ritornavo al Carle e da lì rientravo a Mondovì, sull’altra ambulanza. Quando venni dimessa, per gli ultimi due lunedì, come prima dell’infortunio da casa fino al Carle e ritorno mi fece da tassista uno dei miei figli. Che vita: mi sentivo un pacco postale sballottato di qua e di là.

Non dimenticherò mai la prima volta che arrivai al Carle barellata. La dottoressa Giordano, borsista grazie ad ALCASE, mi venne incontro nel corridoio ridendo come una pazza: “Signora, ma cos’ha fatto?”. “Non vede? – le risposi – Oggi ho deciso di venire in barella. Se la cosa la fa ridere,  rida pure”. Non mi ero risentita: quella risata straripante ma bonaria mi aveva contagiata. Un bravo medico lo si vede anche da questi atteggiamenti spontanei. Alle visite al Carle mi sono presentata con tutti i mezzi possibili: in barella, in carrozzella, con le stampelle e con la canna.

Al gomito guarii bene. Muovendolo tanto e in maniera corretta, evitai la fisioterapia. È rimasto un po’ più gonfio del destro, ma non mi fa più male.

La chemioterapia confermò le previsioni dei medici. Ora bisognava operare, e al più presto possibile. Ero consenziente: nessuna opera si lascia mai incompleta. In questi casi, poi… Va da sé che prima dovetti sorbirmi la trafila di esami: TAC a contrasto, scintigrafia, gastroscopia. Accidenti quanto l’ho odiata, la gastroscopia! Soffrivo (e soffro) già un po’ di tiroide, e mi sentivo morire. Fui costretta a ripeterla perché dai raggi sembrava ci fosse qualcosa di strano, che poi si rivelò essere nulla. Mio marito, invece, la gastroscopia non l’aveva patita.

Il 23 giugno 2003 mi asportarono il lobo superiore destro. Mentre stavo andando in sala operatoria (ero barellata), mi si avvicinò Andrea, il figlio minore. Non disse nulla, ma io risposi al suo sguardo: “Tranquillo, che tanto torno!”. Non ho ricordi del risveglio. Dicono che per tre giorni parlai (la cosa non mi stupisce) senza riconoscere le persone. Avevo anche un po’ di febbre. La sera mi somministravano un calmante per la ferita. Rispettavo i pasti e la notte dormivo con continuità. Quel tram tram durò quindici giorni.

A casa dapprincipio non facevo assolutamente niente. Pensavano a tutto i miei due figli e mia nuora. Ma dopo un mese e mezzo guidavo di nuovo la mia “Fiesta”, sia pure senza andare troppo lontano (è da sola al volante che sono andata al Carle per la visita annuale del 2006). I figli non erano d’accordo. Li capivo, ma non potevo mica passare le giornate sempre seduta a leggere, guardare la tv o rammendare calzini? Leggere mi piace: giornali e riviste, non libri. Leggo anche quando vado a coricarmi. Spesso mi addormento con gli occhiali sul naso, il giornale finito per terra, l’abat-jour acceso. Il figlio minore allora entra in camera, posa gli occhiali sul comò, raccoglie il giornale e spegne l’abat-jour. Qualche volta, la domenica, vado fuori a pranzo con delle amiche.

A tre anni e mezzo dall’intervento, nel mio torace sembra tutto a posto. È presto per cantare vittoria, perché di anni ne devono passare come minimo cinque, almeno così dicono. E il caso di mio marito insegna che possono non bastarne otto.

Ritengo di avere un curriculum clinico di tutto rispetto. Oltre al cancro del polmone, l’equivalente di una laurea, vi si legge: due operazioni al gomito sinistro (la seconda fu per levarmi i ferri: mi facevano un male boia, sembrava dovessero uscire. Li ho conservati); un intervento a tutte e due le anche, in tempi diversi: insieme a un’anca mi operarono al femore, che mi ero rotta cadendo dalle scale. Quando accompagnai Andrea che soffriva di appendicite e peritonite, il medico mi chiese quali operazioni avessi fatto, ed io: “Faccio prima a dirle quelle che mi restano da fare!”.

Non so, invece, quanti anni mi restano da vivere, e forse è meglio non saperlo. Ma prima di andarmene, voglio volare ancora una volta. La prima e unica volta che presi un aereo fu da Torino a Roma: c’era anche mio marito, eravamo una bella comitiva. Della meta non m’importa più di tanto. La meraviglia dei paesaggi visti dall’alto, con le città, le montagne, e la sensazione di beata leggerezza quando si è sopra le nuvole: ecco il mio desidero. Sarà perché con me la vita è stata così avara, nel concedere meraviglia e leggerezza.

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IL COMMENTO DEL Dr. Buccheri

Due storie in una questa della Sig.ra Gallesio.  Il Sig. Aimo Stefano fu operato il 17/2/1994 per un carcinoma squamoso del bronco principale destro, di 8 cm di diametro massimo.  L’intervento di asportazione di tutto il polmone destro fu radicale e non vi erano linfonodi ammalati (pT2N0).  La prognosi era buona e così fu. Noi vedemmo il paziente l’ultima volta il 15/3/2002: non presentava sintomi particolari, le condizioni generali erano buone, gli esami ematochimici in ordine, i marcatori tumorali tutti normali, la radiografia del torace era invariata rispetto alle precedenti e negativa per recidiva…  La Sig.ra Gallesio aveva invece un adenocarcinoma di 5 cm ed una adenopatia ilo-mediastinica di 3 cm che sembrava approfondirsi nel mediastino ed interessare i grossi vasi (la vena cava e l’arteria polmonare). Non ci parve il caso di rischiare un intervento subito.  Magari sarebbe stato possibile dopo una chemioterapia che avesse un po’ “addomesticato” il tumore.  Così fu fatto.  Nonostante tutte le peripezie ortopediche ricordate dalla signora nel suo racconto, la chemioterapia funzionò molto bene e la paziente poté essere operata con successo.  Il tumore si era notevolmente ridotto di diametro (1,8 cm) e la grossa adenopatia era scomparsa.  Tuttavia, furono dimostrate istologicamente alcune inattese infiltrazioni microscopiche di altri linfonodi.  Come saggiamente dice la signora, tre anni sono ancora pochi per cantare vittoria, ma noi facciamo tutto il tifo possibile per lei!

PS. al momento della pubblicazione sul WEB di questa storia e del video collegato su Youtube, in realtà sono trascorsi otto anni dall’intervento di Lucia Gallesio!…