Testimonianza della Sig.ra Anna Maria Ricca

IN PERENNE LOTTA CONTRO IL DESTINO AVVERSO

Ne ho passate davvero tante, nella vita. E, al momento in cui rilascio questa testimonianza, ancora non sono finite. Sarebbero degne di un romanzo, di quelli dove il protagonista, o meglio, la protagonista è in perenne lotta contro il destino avverso. La scriverei di mio pugno la mia autobiografia, non fosse che ho solo la quinta elementare. I lettori non si annoierebbero. Potrebbero compatirmi, considerarmi sfortunata. Ma non si annoierebbero. Finiranno, le mie traversie, soltanto quando lascerò questo mondo. A meno che il dopo non mi riservi spiacevoli sorprese.

Ne ho passate tante, ma certo l’esperienza di ammalarmi di cancro del polmone è stata la più forte, la più difficile, la più dolorosa anche sul piano psicologico.

Era il gennaio del 2000. Stavo vegliando mio figlio, il mio unico figlio, ricoverato in ospedale a causa di un incidente stradale (non era il primo) nel quale aveva riportato numerose fratture gravi. All’improvviso ebbi un malore. Sentii un gran freddo. Corsi in bagno e vomitai: tutta la notte e anche il giorno seguente. Feci una visita medica, il referto parlò di broncopolmonite. Me la curarono all’ospedale Calandri di Boves, dove trascorsi anche il periodo di convalescenza.

Guarii, ma rimase una macchia al polmone destro. Pensarono fosse un residuo della broncopolmonite. Le pastiglie che mi prescrissero manco la sbiadirono. Il dottor Musiari, pneumologo, optò allora per una TAC. Andai a farla all’ospedale Carle di Cuneo. Eravamo in piena estate, erano dunque già passati sette mesi da quel malore notturno in ospedale mentre assistevo mio figlio. Risultò che la macchia si era allargata, di poco, ma quanto bastava per dimostrare che era cresciuta: in tutto quattro centimetri. La broncoscopia stabilì che i bronchi erano a posto, puliti. Due successive agobiopsie (prelievo del tessuto polmonare interessato) diedero il nome a quella strana macchia: cancro del polmone. Accolsi la notizia in condizioni personali già pessime: da settimane non vedevo mio figlio, solo a casa, con i gessi, la riabilitazione da fare. Ero in ansia per lui, adesso mi toccava esserlo anche per me stessa! Mi sentivo vittima di una grande ingiustizia. Grande e inaspettata, perché non ho mai fumato e ho sempre e solo bevuto acqua. In compenso, o in scompenso, per parecchi anni avevo respirato il fumo di mio marito. Anche mio figlio ha preso il vizio, ma gli proibisco di praticarlo in casa.

Cancro del polmone: nuovo ricovero e nuove cure. La cura consisteva in un ciclo di chemioterapia cosiddetto “lungo”: ogni seduta durava dalle sei del mattino alle nove di sera. Ben presto dovetti sospenderlo per l’insorgenza di problemi al fegato, valori del sangue sballati e vomito frequente.

Tornai a casa e cominciai un nuovo ciclo di chemioterapia a cadenza settimanale. L’estate aveva ceduto il passo all’autunno, e nel giro di una settimana i miei capelli fecero come le foglie dagli alberi (e come le foglie, passato l’inverno della malattia sarebbero ricresciuti). In testa portavo un foulard: mica per nascondere la calvizie,  che  sulle donne fa impressione, ma per proteggermi dal freddo. Dell’aspetto estetico non m’importava. Da tempo ormai avevo altro cui pensare: come far bastare la mia piccola pensione per me e mio figlio. A differenza dell’altro, questo nuovo ciclo lo sopportavo bene. Diede buoni risultati: quando fu completato, nel febbraio 2001, il tumore si era rimpicciolito di 1 centimetro. A questo punto i medici decisero di intervenire chirurgicamente.

Restava però irrisolto il nodo della metastasi allo scheletro: c’era o non c’era? Dalla scintigrafia e dalla risonanza magnetica precedenti il trattamento, si riteneva di sì. Da quelle fatte durante e dopo il trattamento, sembrava invece di no. La risposta poteva darla soltanto il tempo. Sarebbe stato quindi un intervento alla cieca. Ero combattuta se farmi operare o no. Alla solitudine e alla tristezza, si era aggiunta la paura: più che dell’intervento in sé, di un futuro mai così incerto. Non mi dava pace il pensiero che, se non ce l’avessi fatta, mio figlio sarebbe rimasto solo con tutti i suoi gravi problemi di salute. Mi lasciai convincere dai medici. Venni operata il 19 aprile. L’intervento ebbe pieno successo. Mi asportarono una parte del polmone destro. Per farlo, dovettero divaricarmi le costole. Per richiudere, furono necessari 34 punti sotto il seno. Ancora oggi in quella zona non sento niente, il grado di sensibilità è praticamente “zero”. E le metastasi? Si trattava in realtà di un’artrosi deformante bilaterale alle due anche, trascurata per anni.

I seguenti controlli clinici sono andati diminuendo, fino ad avere cadenza annuale. Tuttavia ho sempre paura di una recidiva: i dati che si leggono sui giornali non consentono sonni tranquilli. Secondo gli altri ho riacquistato il mio carattere gioviale, cordiale, espansivo: in effetti non mi faccio nessun problema a raccontare la mia esperienza di ostaggio del “Big Killer”. Se può servire…

Ma ad essere sinceri, sento di non essere più solare come un tempo. A tribolare così, non so chi riuscirebbe ad esserlo. La mia grande paura è quella di morire. Lo so: prima o poi capita a tutti, e a 76 anni si dovrebbe cominciare ad abituarsi all’idea. Il fatto è che mio figlio e mia nuora (che per la sua condizione percepisce un sussidio misero e offensivo) sono invalidi. Io più di loro: al 100%. Il diabete mi impone quattro insuline al giorno, prendo degli antinfiammatori per l’artrosi e delle pastiglie per l’ipertensione. Eppure, per quanto mi è possibile, sbrigo ancora le faccende di casa.

Non posso non domandarmi cosa mai abbia fatto di male da meritarmi un cancro del polmone dopo la vedovanza, uno sfratto e la conseguente e temporanea sistemazione in una casa malsana e fredda (andassi a ritroso nel tempo, arriverei a raccontare della mia povera mamma, morta senza essersi mai più ripresa dalle torture e dalle violenze dei nazifascisti che volevano sapere dove si nascondesse mio fratello, partigiano…).

Ciononostante sono qui, e voglio esprimere tutta la mia riconoscenza verso l’équipe medico-infermieristica dell’ospedale Carle, il dottor Musiari, il chirurgo dottor Ratto, il medico di famiglia Franco Armellini, le assistenti domiciliari che sbrigavano le faccende domestiche durante i miei soggiorni ospedalieri. E una tassista, la signora Fornoni, che nei mesi della chemioterapia fece la spola tra casa mia e l’ospedale Carle. Un servizio a carico di ALCASE Italia.

IL COMMENTO DEL Dr. Buccheri

Le moderne chemioterapie non servono solo a controllare il cancro, ma, qualche volta, ad ovviare agli errori dei medici!!!!!!!!!!!  Questo è quello che ci insegna la storia clinica della Sig.ra Ricca.

Noi visitammo per la prima volta la Sig.ra Ricca il 18/7/2000.  Aveva un cancro del polmone di 4 cm e un diffuso interessamento metastatico dello scheletro (adenocarcinoma, T2N0M1).  La diagnosi di metastasi al rachide si basava sui risultati “certi” di una scintigrafia scheletrica e di una risonanza magnetica.  La paziente fu, perciò, sottoposta a chemioterapia. Lo scopo, piuttosto riduttivo, ma giustificato dalla situazione clinica, era quello di tenere la malattia sotto controllo, il più a lungo possibile.  Naturalmente, nel corso e alla fine della chemioterapia (completata nel febbraio del 2001), se ne controllarono gli effetti ripetendo, come è costume, TC, scintigrafie e RMN.  Il tumore aveva risposto bene alla cura, ma le “metastasi scheletriche” era rimaste del tutto invariate e, col senno di poi, sembravano sempre di più delle normali lesioni benigne, probabilmente dovute a microfratture secondarie ad osteoporosi.  Tutti insieme (radiologi, medici nucleari, chirurghi e noi) riconsiderammo il caso e decidemmo per l’intervento.  La sig.ra AR fu così operata con successo il 19/4/01 (pT1N0) e, oggi, rischia davvero di essere guarita, del tutto e definitivamente, del suo tumore ed anche … delle sue “metastasi”.