Testimonianza del Sig. Mandrile Eugenio

SETTE VOLTE SOTTO I FERRI!..

Conservo un diario della mia esperienza di ostaggio del Big Killer. Negli scomodi e indesiderati panni del paziente, imparai che scrivere è un’attività utile, oserei dire salutare, perché consente di sfogarsi e ragionare insieme. Quando si è malati, servono l’una e l’altra cosa: la reazione e la lucidità. Compatibilmente con le proprie condizioni, sia chiaro. Come sia chiaro che non avevo e non ho tuttora dimestichezza con carta e penna. Prima di andare in pensione con la minima, a 45 anni, ero infermiere del pronto soccorso.
Non voglio farne un vanto (che senso avrebbe?), ma credo proprio che la mia vicenda  sia una delle più incredibili, se non la più incredibile.

Erano i primi giorni del 1995. Da un po’ di tempo avevo una tosse fastidiosa. Non solo: avvertivo qualcosa di strano, di anormale al torace. La mattina del 17 gennaio, nei colpi di tosse con la saliva comparve anche del sangue: l’emoftoe, in gergo medico. Allarmato, mi precipitai al pronto soccorso per una radiografia toracica. L’esito mi riservò una brutta sorpresa: una grossa macchia mi copriva il lobo superiore del polmone destro. Tra me e me pensai: qui o si tratta di un tumore o della tubercolosi. Venni ricoverato d’urgenza all’ospedale Carle di Cuneo, dove in breve tempo mi fecero tutti gli accertamenti del caso. La diagnosi parlò di “sospetto carcinoma epidermoidale”. Si temeva anche una metastasi cerebrale: nella zona parietale sinistra del cranio, era stata individuata una strana macchiolina. Solo un esame istologico l’avrebbe identificata. Con un intervento di neurochirurgia asportarono  quella macchiolina per esaminarla, e per fortuna l’esito fu negativo (era un altro tumore, ma per fortuna un tumore benigno dell’osso: un osteoma). Niente metastasi, quindi. Ma ero sempre in pericolo. Pretesi (anche in seguito) che mi fosse detta tutta la verità. Secondo me è inutile farsela risparmiare, anche perché si arriva a un punto che è impossibile (e controproducente) fingere con se stessi. Magari con gli altri, ma come si può con se stessi?

Il dottor Buccheri  mi consigliò, tramite appuntamento, una visita a Genova dal dottor Motta, primario della chirurgia toracica della Clinica Universitaria del San Martino. Con tono freddo e deciso, Motta mi spiattellò due opzioni: “Cosa vuoi fare: l’intervento o la chemioterapia?”. La mia risposta fu ancora più decisa: “Tentiamo l’intervento!”. Ma uscendo dalla clinica mi rivolsi a mia moglie e a mio figlio con le lacrime agli occhi: “Siamo tre pulcini in mezzo al mare in cerca di fortuna”. La solidità che avevo mostrato di fronte al chirurgo, in presenza delle persone care si era sciolta come neve al sole.  Una metafora che probabilmente non avrà valore poetico, ma che rende bene   l’idea di come mi sentivo in quel preciso istante. Sono un tipo che le cose brutte subito non le prende male, deve metabolizzarle.

Rientrato a Cuneo, incassai l’approvazione di Buccheri , preparai la valigia e ritornai a Genova per il ricovero. Tra gli esami preliminari ci fu anche una biopsia al polmone sinistro, che riconfermò l’assenza di tracce metastatiche. Il 10 marzo 1995 venni sottoposto a una “sleeve” bilobectomia destra: un intervento molto impegnativo, perché oltre ad asportare i due lobi dovettero ricostruire il bronco. Dalla sala operatoria mi trasferirono in rianimazione. La degenza fu lunga, e spossante per i continui controlli. Mi fecero tante di quelle broncoscopie, da ridurmi la gola in un vulcano. Alla fine del calvario sarebbero state 40! Se non è un record, poco ci manca. Dopo 50 giorni tornai a casa. “Questo è il più bel giorno della mia vita”, pensai. Mi sarei ricreduto molto presto.

Nel ’96, durante uno dei controlli clinici i medici notarono un’ombra che copriva il lobo rimasto del polmone destro, e una macchiolina alla ghiandola surrenale destra. Come in quei giochi di società a percorso, mi ero fermato sulla casella che ti dice di tornare al punto di partenza. In questi casi ci si sente beffati. Già la prima volta in gioco c’era qualcos’altro oltre al polmone. Ora di nuovo, con la differenza che l’intervento, che anche stavolta accettai senza esitare, sarebbe stato più complicato perché doppio: al torace e anche ai lombi.. E forse inutile: nel caso mi fossero state riscontrate delle metastasi, per me sarebbe cominciato il conto alla rovescia. Di settimane, al massimo di mesi. Il 19 novembre 1996, sempre a Genova, mi fecero il doppio intervento: una resezione polmonare atipica e una surrenectomia destra (solo adenoma). Come la prima volta, seguirono alcuni giorni in rianimazione e una lunga degenza in Clinica. Poi, però, tornato a Cuneo mi consigliarono la chemioterapia: sapete, uno di quei consigli che se non li ascolti, poi potresti pentirtene amaramente. Il trattamento consistette in cinque cicli e fu molto impegnativo, più doloroso dell’intervento: mi dava vomito e dolori addominali, e temporaneamente si portò via tutti i miei capelli.

Mi chiedevo se vivessi in un sogno o nella realtà. Se la realtà fosse un incubo. E, detto in tutta franchezza, cominciavo a sentirmi una cavia.

Ricominciai l’iter dei controlli periodici. Dopo due anni, quando ormai credevo di essere non dico fuori pericolo ma almeno in una posizione tranquilla, ecco verificarsi il detto che “non c’è il due senza il tre”: una nuova ombra in quel che restava del polmone destro costituiva la prova inequivocabile della ricomparsa del tumore. Non voglio fare del vittimismo, ma quando il corso degli eventi è questo, come si fa a non pensare a un accanimento del destino? L’intervento, una pneumectomia destra, venne compiuto l’11 marzo 1999. Del mio polmone destro ora non restava più nulla. Ci aveva messo quattro anni, il Big Killer, a divorarmelo. Ero sfiduciato. Ma una volta dimesso, grazie all’affetto e al sostegno dei famigliari il morale riprese quota. E a dimostrazione della grande voglia di tornare a vivere e a progettare il futuro, otto giorni dopo essere rientrato da Genova acquistai una nuova casa in società con mio figlio. Dovevamo decidere in fretta o l’occasione sarebbe sfumata. L’adrenalina che scaturisce dagli affari e dagli investimenti fu un vero toccasana. Mi diedi un gran daffare nel sistemare questa casa, dove abitiamo tuttora. Costruii perfino il forno per fare il pane. Mi sentivo di nuovo dentro alla vita pratica. Ma ancora non ero fuori dal tunnel della malattia.

Alla fine dell’estate cominciai ad avere il respiro difficoltoso, febbre frequente e un senso di pesantezza al torace. I medici dell’ospedale Carle mi consigliarono una visita all’ospedale di Alessandria, reparto di broncologia. Una sfilza di esami partorì la seguente diagnosi: fistola bronco-pleurica (passaggio di aria dal bronco alla cavità pleurica). Si consigliava l’intervento per il drenaggio. Mestamente tornai a Cuneo per poi ripartire alla volta di Genova. Volevo il parere anche del professor Motta. Disse una parola sola, che avevo già sentito: intervento. La quarta apertura del mio martoriato torace, il 12 novembre 1999, anziché togliere servì per la prima volta a mettere: un catetere nel cavo pleurico per drenare il liquido. L’intervento non era molto impegnativo e riuscì perfettamente. Però immaginate dover passare il resto dei propri giorni con un drenaggio esterno, al mucchio di complicazioni e fastidi che comporta. Non ero felice, nonostante dai controlli clinici sembrava che il Big Killer avesse deciso di lasciarmi finalmente in pace.

Un giorno riunii i miei famigliari e dissi loro che, con tutto quello che avevo passato, intendevo giocare un’ultima carta per liberarmi del catetere. Furono comprensivi, e come loro i dottori Buccheri e Ferrigno, che mi indirizzarono nuovamente all’ospedale di Alessandria. Quante ripetizioni nella mia odissea sanitaria! E quanti viaggi in auto, quanti chilometri! Non li ho calcolati, ma potrei sempre farlo. Sarebbe un altro piccolo (triste) record, come le 40 broncoscopie. L’unico modo per chiudere questa fistola era una protesi. Mi avvertirono che il rischio era alto, le probabilità di successo non superiori al 50%. Non mi spaventai: a stare sotto i ferri mi ci ero abituato. La solita trafila di esami preliminari precedette il giorno decisivo: il 15 settembre 2000.  In anestesia totale, il broncoscopio rigido attraversò la trachea, poi cominciarono a farsi strada col laser e a piazzare la protesi. Ma il rigetto fu quasi immediato: troppo piccolo il buco. Per fortuna riuscirono a toglierla in fretta, altrimenti ci avrei lasciato la pelle. Se anche l’intervento fosse riuscito, poi sarebbe stato come camminare su un filo sospeso sul vuoto. Se la protesi si fosse rotta mentre ero in casa? Sarei morto, è sicuro. Era un’evenienza da mettere in conto.

Quando mi risvegliai e appresi com’era andata, scoppiai a piangere. Sembravano due cascate, i miei occhi: non avevo mai pianto così. È stata la più grande delusione della mia vita. Contro la volontà dei medici, quello stesso giorno lasciai l’ospedale di Alessandria. Basta, chiuso, stop,! Mi ero spinto oltre il ragionevole limite della resistenza, della sopportazione. Del coraggio, se mi è permesso. Sette operazioni, non so se mi spiego. Sette! Mi rassegnai a tirare avanti con il catetere. Mi adeguai a convivere con questo scomodo e fastidioso tubicino.

Pazienza: tanto alla fine ho vinto io, non il Big Killer. Solo questo conta. Mi avrà anche sottratto un polmone, questa bestiaccia, però ha perso. E sapete perché? Perché mai per un istante ho pensato che mi toccava morire, nemmeno nei momenti più critici e disperati (e come avete potuto leggere, ne ho passati, oh se ne ho passati!). Merito della famiglia: mia moglie, mio figlio, mia nuora, gli adorati nipotini. Hanno fatto l’impossibile, il loro appoggio e calore sono stati la mia corazza. Merito, anche, dei dottori Buccheri e Ferrigno, tanto competenti quanto gentili. La gentilezza è una componente imprescindibile della terapia. Altrove ho riscontrato atteggiamenti bruschi, ruvidi, che non fanno bene al paziente.

Cosa possa esserci stato all’origine della mia odissea sanitaria, non saprei dirlo con certezza assoluta. Avevo fumato fin da ragazzino, arrivando a 25 sigarette al giorno. Smisi di colpo quando mi ammalai. Ma fu dura, diavolo quanto fu dura. Ancora dopo la prima operazione, la tentazione di tenere tra le dita “la bionda” rimaneva fortissima. Un giorno non resistetti ed entrai in una tabaccheria. Ma sulla strada verso casa buttai via il pacchetto intero. Eppure, per restare al piano materiale, non si contano le cose buone da preferire alla sigaretta. Io, per esempio, oltre al pane faccio il vino e il salame. Abbiamo l’orto e il pollaio. Tanti prodotti, quindi, mia moglie non ha bisogno di comprarli al supermercato. Abbiamo anche una casa al mare, a Laigueglia: ho saputo investire bene nel mattone. E  mi piace andare in bicicletta: ne ho una da strada e una da corsa. Faccio dei giri dalle mie parti. Eh, non sono più un ragazzino. Ma anche se il genio della lampada mi restituisse tutte le forze di un tempo, mi guarderei dal pedalare fino a Genova e ritorno, o fino ad Alessandria. Ci sono già andato troppe volte.

IL COMMENTO DEL Dr. Buccheri:

Quella del Sig. Mandrile è probabilmente la storia più incredibile e, allo stesso tempo, più degna d’essere conosciuta, alla quale mi sia mai capitato di assistere. Dieci anni fa visitai, per la prima volta, il Sig. Mandrile un ex infermiere con cui avevo condiviso molti turni di guardia in pronto soccorso. Il sig. M si presentava in ottime condizioni cliniche generali, aveva buoni parametri bio-umorali e, soprattutto, una grande voglia di vivere…nonostante la diagnosi (che conosceva perfettamente).   E nonostante il fatto che una TAC total body e varie scintigrafie mirate, davano -con assoluta certezza – uno stato di malattia troppo avanzato per un eventuale operazione chirurgica: c’erano metastasi ai linfonodi mediastinici (anche a quelli controlaterali) e metastasi in due sedi periferiche (surrene e teca cranica).  Qualcosa –fra cui la conoscenza della possibilità di esami cosiddetti falsamente positivi – mi diceva di non “buttare la spugna”. E dello stesso parere era il Sig. Mandrile.  Sottoponemmo a biopsia tutte le sedi di sospetta metastasi e, con nostra grande sorpresa, verificammo che nessuna, in effetti, era ammalata.  Il paziente fu operato ed il tumore, per nulla avanzato come si era temuto, fu asportato radicalmente  (pT2N1).  Poi, dovemmo affrontare ben due successive recidive intratoraciche.  Una recidiva post-intervento, normalmente, vuol dire che la malattia non è più controllata né controllabile, ma noi decidemmo di provare a controllarla comunque.   Dall’ultimo intervento, sono ormai passati sei anni e il Sig. Mandrile continua ad essere – per quanto ho potuto costatare – in perfetta forma, sia fisica che psicologica.