Testimonianza del Sig. Macagno Michele

NON FU IL CLASSICO MAL DI PANCIA

Dall’età di 15 anni fino alla pensione lavorai sempre come operaio edile: un modo per dire che facevo il muratore alle dipendenze altrui. Dicono delle polveri, che bisogna proteggersi. Be’, io non lo facevo. La mascherina non la sopportavo, mi soffocava. La indossai solo per il breve periodo che facemmo dei lavori alla MICHELIN: lo imponeva il regolamento interno dell’azienda. Nemmeno a casa la mettevo, quando per esempio davo il diserbante alle piante. A 45 anni feci una leggera pleurite, però non ho mai avuto problemi respiratori, asma, allergie, oggigiorno così tanto diffuse. Quando mi mancava un anno per andare in pensione, lavorai come un mulo perché dovevo finire la casa alla figlia: ci tenevo, come un qualunque padre in questi casi. E poi la prospettiva che ne sarebbe seguita, senza più fatiche e ritmi elevati, mi permise di stringere i denti ancora per un po’.

Invece tale prospettiva incluse mal di stomaco e mal di pancia frequenti, anche piuttosto fitti. Per sei mesi andai avanti con le pastiglie prescrittemi dal medico di famiglia. Sembrava trattarsi di gastrite, di cui già avevo sofferto in gioventù. Tutti siamo vulnerabili in un punto dell’organismo: chi alla testa, chi alle ginocchia, chi alla schiena… Evidentemente io lo sono all’apparato digerente, o comunque da quelle parti lì. Siccome il problema persisteva, decisi di interpellare un altro medico di base. Ricordo  che mi feci accompagnare da mia figlia: ero sempre molto affaticato, da non farcela quasi più a camminare. Quest’altro dottore mi invitò a fare degli esami. Letti gli esiti, mi rivelò che pancia e stomaco non c’entravano niente: c’entrava il polmone destro. Divenni inquieto. Mi recai subito all’ospedale Carle. La radiografia toracica evidenziò un ascesso polmonare. Seguirono altri esami, ma per molti giorni non si capì l’origine di questa infezione. Si ipotizzarono varie malattie infettive, tra cui la tubercolosi, pertanto fui tenuto in isolamento. Passai un periodo bruttissimo: per tre giorni non vidi nessuno, nei giorni seguenti mi era permesso uscire solo utilizzando una mascherina. Quando ci si mette, il destino è beffardo oltre che punitivo. Poi la diagnosi, definitiva e inaspettata: cancro del polmone.  stadio linquilli, piloro e mia moglie erano più tranquilli, più sereni.vizzera (non ricordo più in quale localitàPrecipitai nella disperazione, convinto che non ce l’avrei fatta.

Sei mesi dopo seppi che i miei figli avevano chiesto un consulto a Milano e un altro in Svizzera, dove esistono centri oncologici all’avanguardia, sentendosi rispondere che all’ospedale Carle di Cuneo sarei stato in ottime mani. Questo li confortò non poco, e infatti loro e mia moglie erano sereni e fiduciosi.

Cominciai le sedute di chemioterapia. Sarebbero state 18, in tutto. Le facevo sempre di lunedì, e fino al giovedì stavo bene. Puntualmente, nel fine settimana  le mie condizioni peggioravano. Aspettavo con ansia il lunedì. Avevo perso i capelli, le sopracciglia si erano assottigliate. Il mio viso era completamente cambiato: più magro, pallido, glabro come quello di un neonato. Per diversi mesi non ebbi bisogno di farmi la barba. Le persone, quando mi parlavano, evitavano il mio sguardo. Questo atteggiamento non mi offendeva, era comprensibile. Incomprensibile, al giudizio degli altri e col senno di poi, era il mio di atteggiamento: non rinunciavo a fumarmi due o tre sigarette al giorno. Avevo preso questo brutto vizio durante il servizio militare, per la compagnia. Per conformismo. Gli altri si accendevano la sigaretta, e allora anch’io. Le persone intelligenti e furbe si comportano diversamente. Per anni ho fumato circa un pacchetto di sigarette al giorno, quelle con il filtro. Mia moglie, fumatrice pure lei, aveva smesso quando mi ammalai, ma non la seguii. Un dottore mi colse in flagrante, e, un po’ anche per la vergogna, finalmente mollai “la bionda”. Nel periodo del trattamento mangiavo poco, comunque non sono mai stato una buona forchetta, nemmeno da giovane. Subii anche tre trasfusioni di sangue, talmente ero debilitato. Nonostante questi effetti collaterali, il tumore regrediva. Quando fu sufficientemente ridotto, i due medici presso i quali ero in cura, i dottori Buccheri e Ferrigno, mi dissero che era operabile.

Crollai una seconda volta, perché mi ero convinto che sarei guarito con la sola chemioterapia. Anche i miei famigliari lo erano, e cominciarono a stare in ansia. Non potevo però tirarmi indietro. Feci l’intervento nel settembre 2002: mi fu asportato mezzo polmone destro. Al risveglio, con flebo e macchinari attaccati non ero certo un bel vedere per parenti e amici. Ero molto debole, e ci volle del tempo perché ritornassi in forze. Ma l’importante era che il tumore fosse stato debellato completamente. Pareva finalmente profilarsi la rosea prospettiva del pensionato. Purtroppo i tempi non erano ancora maturi. In quell’autunno del 2002 rispuntò il mal di pancia e di stomaco, il principio dei miei guai (di questa storia). Quasi a minimizzare la cosa, mi ripetevano che si trattava di un sintomo nervoso dovuto al nuovo stile di vita. Però il dolore diventava di giorno in giorno più insopportabile. Da Natale in avanti smisi quasi di mangiare: il cibo mi nauseava solo a pensarci.

A marzo del 2003, quando ormai era evidente che non avrei potuto continuare in quello stato, venni ricoverato d’urgenza. Si temeva un tumore intestinale. Invece si trattò di un’appendicite trascurata. Trascurata e nascosta: dovettero togliermi un metro e mezzo d’intestino. Fine del calvario? Macché. Anche dopo l’intervento la pancia continuava a darmi un dolore atroce. In fretta e furia ritornai in ospedale e… be’, consiglio di proseguire la lettura soltanto lontano dai pasti.

Stavo disteso sul lettino della sala medicazioni. Le infermiere cominciarono a togliere le bende con estrema delicatezza, solo che la ferità si aprì e… dal mio ventre prese a zampillare tanta di quella materia, materia marcia, che scapparono tutti, terrorizzati e disgustati. Tutto quel marcio sparato dalla mia pancia arrivò ad imbrattare perfino il soffitto. Non saprei dire quanto durò l’eruzione (come altrimenti definirla?). Pensavo di scoppiare. Dopo, però, mi sentivo decisamente meglio, più leggero. Medici e infermieri rientrarono in sala medicazioni, portando i colleghi a vedere una cosa a detta loro mai vista prima, e che mi valse il soprannome di “petroliera”. In quegli istanti, con addosso tutti quegli occhi increduli, mi sembrò di essere un fenomeno da baraccone.

Mi tennero 8 giorni sotto osservazione, poi tornai a casa, e le mie condizioni migliorarono progressivamente.

Oggi sto bene, le mie vicissitudini di salute appartengono ai ricordi. Capelli, barba e sopracciglia erano poi ricresciuti. I capelli sono più folti di prima e, sembra incredibile, meno bianchi. Mi dedico al giardinaggio, taglio la legna e vado per funghi. Sono nonno di 4 nipoti, tre maschi e una femmina, e da settembre a giugno faccio loro da tassista per asilo e scuola, catechismo e allenamenti. Posso dirmi in vacanza solo quando ci vanno loro.

Ho il rimorso di aver fumato: potessi tornare indietro, non comincerei per nessuna ragione al mondo, infischiandomene se sono l’unico della compagnia. E a tutte le persone considerate a rischio di tumore del polmone, vorrei dire di non sottovalutare alcun sintomo, e di tenere sotto controllo il proprio stato di salute facendo periodicamente degli esami: da questa malattia si può guarire. Idem dal mal di pancia (e senza dover esplodere…).

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IL COMMENTO DEL Dr. Buccheri

Un bel caso quello del Sig. Macagno  Di quelli che ti danno una robusta iniezione di ottimismo.  Di quelli che ti fa pensare: “Beh! Siamo ancora lontani dal successo definitivo, ma qualche passetto avanti, indiscutibilmente, lo abbiamo fatto..”.

Quando facemmo la diagnosi di cancro-ascesso del polmone, il tumore primitivo era grosso oltre 5 cm e aveva già dato massive metastasi mediastiniche (vi erano dei linfonodi paratracheali e sottocarenali grossi fino a 3 cm).   Una volta non era neanche immaginabile una risposta alla chemioterapia come quella che poi, in effetti, ebbe il Sig. Macagno, ed era ancora di più insperabile completare l’opera con l’asportazione radicale del residuo tumorale.  Invece, con un po’ di fortuna e l’impegno nostro e quello del Sg. Macagno e dei suoi familiari, il tumore si ridusse, dopo chemioterapia, ad una masserella di 1.5 cm e le ghiandole ammalate nel mediastino scomparvero, come dimostrato dalla mediastinoscopia (ispezione chirurgica delle ghiandole del mediastino) e dal successivo intervento.  Ancora oggi, dopo quasi 5 anni, il Sig. Macagno sta bene e non ha alcun segno di malattia.  D’altra parte, è quello che ci aspettiamo per uno stadio 1a (T1N0M0), radicalmente operato.