Report del
14-04-2009
Nexavar®
anche per il tumore al polmone?...
Negli ultimi anni, sono state acquisite nuove conoscenze
sulla biologia del cancro del polmone. A seguito di tale
interesse, si è assistito ad un
netto incremento delle scoperta di nuove molecole in grado di
interferire con i normali meccanismi di crescita e di diffusione
del tumore. Ciò è particolarmente vero per il cancro del polmone non a piccole cellule (CPNPC).
Fra i numerosi targets molecolari studiati, vi è il sistema della tirosinchinasi, che sono
enzimi particolarmente attivi in molteplici condizioni cancerose
e precancerose. Molti nuovi farmaci sono capaci di inibire
il sistema delle tirosichinasi, e molti altri prometto di
esserlo, essendo in fase avanzata di
studio.
Il Sorafenib (Nexavar®, Bayer) è una piccola
molecola, capace di inibire specificamente le tisosichinasi di
due via metaboliche che danno alla cellula l'ordine di
crescere e moltiplicarsi: le cosidette "Ras/Raf e MEK/ERK
patways", ma anche di inibire le tirosinchinasi del recettore 2
del fattore di crescita vasculo-endoteliale (VEGFR-2) e quelle
del recettore beta del fattore di crescita derivato dalle
piastrine (PDGFR-beta).
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Un piccolo passo indietro per ricordare che un
recettore è una specie di serratura, posta sulla
membrana cellulare, che riconosce un solo tipo di
chiave, ovvero una particolare proteina. Dalla loro
combinazione scaturisce l' attivazione di una cascata di
eventi, all'interno della cellula, fra le quali vi è,
appunto, l'inibizione del sistema delle tirosinchinasi. Il segnale
della proteina esterna viene così riconosciuto dalla
cellula che risponde specificamente a tale segnale. |
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Il
Sorafenib ha già dimostrato possedere una sicura attività antitumorale
nel carcinoma renale a cellule chiare a nell'epatocarcinoma
(il principale tumore del fegato), così
da essere stato approfato per l'uso umano in tali indicazioni, sia dall'FDA americano sia dalla
corrispondente commissione europea del farmaco.
Nel cancro del polmone, fino a questo momento, vi sono state poche
segnalazioni di un suo uso, anche in ambito sperimentale. Ora questo
vuoto potrebbe essere colmato. Nell'ultimo numero di
agosto del Journal of Clinical Oncology è comparso un articolo a
firma di Blumenschein GR e coll. che riassume i principali
risultati di uno studio multicentrico di fase II su pazienti con
CPNPC avanzato o recidivato. Due i centri partecipanti: l'MD Anderson Hospital
dell'
Università del Texas negli USA, e l' Oncologia Toracica dell'Ospedale di
Grosshansdorf in Germania.
Quelli che seguono sono i principali elementi che
caratterizzano lo studio e ne riassumono i risultati.
Cinquantadue dei 54 pazienti arruolati alla sperimentazione furono
trattati con Sorafenib 400 mg, due volte al giorno, per os, fino
a progressione del tumore o tossicità inacettabile.
L'istologia prevalente del gruppo trattato era adenocarcinoma
(54%). In tale campione di studio, i ricercatori non hanno
osservato remissioni di malattia, ma più della metà poterono
godere di una stabilizzazione della stessa (59%). La sopravvivenza di
tutto il gruppo trattato fu di 2.7 mesi (sopravvivenza libera da
progressione di malattia), e
di 6.7 mesi (sopravvivenza globale). A fronte di ciò, furono osservate
tossicità di grado moderato-severo nel 10% dei casi (reazioni
cutanee delle estremità), oltre a ipertensione (4% dei casi), fatica e diarrea
(2%).
E' troppo presto per dire, nonostante l'autorevolezza degli
autori e della rivista scientifica che ne ha pubblicato i
risultati, se davvero il Sarafenib può essere una valida
alternativa terapeutica, anche limitatamente a qualche
sottogruppo di pazienti con CPPC. Certo, questi dati
meritano di essere controllati e approfonditi in nuovi studi.
Gianfranco Buccheri
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