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Report del
14-04-2009
Axitinib (™ Pfizer Oncology): un nuovo
antiangiogenetico
L'Axitinib (™ Pfizer) è un inibitore orale selettivo
dei recettori 1,2,3 del
fattore di crescita vasculo-endoteliale (VEGFR 1,2,3). I
VEGFR sono ritenuti essere alla base dell'angiogenesi tumorale
e, conseguentemente, fondamentali per la crescita e la
diffusione dei tumori, fra cui: il carcinoma renale a cellule
chiare, ed i cancri della mammella, del polmone, della tiroide e
dell'intestino. L'Axitinib è un farmaco di uso soltanto
sperimentale, perchè non ancora approvato da alcuna agenzia
statale per l'uso umano del farmaco. Tuttavia, i primi
dati sperimentali hanno dato risultati promenttenti, almeno nel
carcinoma renale a cellule chiare e nel cancro del polmone non a
piccole cellule (CPNPC).
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Un piccolo passo indietro per ricordare che un
recettore è una specie di serratura, posta sulla
membrana cellulare, che riconosce un solo tipo di
chiave, ovvero una particolare proteina. Dalla loro
combinazione scaturisce l' attivazione di una cascata di
eventi all'interno della cellula. Il segnale
della proteina esterna viene, in tal modo, riconosciuto dalla
cellula che risponde specificamente a tale segnale.
Nel caso in questione, l'inibizione dei recettori
VEGFR 1,2, e 3 determina:
- l'inibizione della vascolarizzazione del tumore
(VEGFR 1)
- l'inibizione della proliferazione delle cellule
endoteliali e la conseguente inibizione della
angiogenesi (VEGFR 2)
- l'inibizione della linfonagiogenesi (neo-crescita
di vasi linfatici nel tumore) con conseguente blocco
della diffusione di certi tumori ai linfonodi
regionali
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| Ora Shiller e
coll. riportano, sul numero di agosto del JCO, nuovi dati clinici
di efficacia e tolleranza dell'Axitinib nel trattamento del CPNPC.
Si trattava di un studio di fase 2, a singolo braccio di
trattamento, multicentrico. Quasi tutti americani i centri
oncologici partecipanti, fra cui spiccano: il Simmons
Comprehensive Cancer Center dell'Università del Texas a Dallas;
l'Humphrey Cancer Center dell'Università di California a Irvine;
Il Vanderbilt University Medical Center a Nashville nel Tennesee;
L'università di Chicago in Illnois...
Quelli che seguono sono i principali elementi che
caratterizzano lo studio in questione e ne riassumono i risultati.
Trentadue pazienti, con CPNPC avanzato e un'età mediana di 66.5
anni, furono arruolati alla sperimentazione. Tutti
ricevettero una dose di 5 mg di Axitinib, 2 volte al giono per
os. La maggioranza (75%) di questi pazienti aveva un
adenocarcinoma; 9 di essi non avevano ricevuto precedentemente
alcuna chemioterapia. A seguito del trattamento con
Axitinib, tre pazienti ebbero una risposta obiettiva parziale
(confermata da più investigatori); mentre la percentuale di
controllo della malattia (parametro che include anche le
malattie stabili) fu del 41%. La sopravvivenza libera da
progressione di malattia 4.9 mesi in tutto, mentre quella
globale fu di 14.8 mesi. Significativi eventi avversi
legati al trattamento (grado 3) furono
sensazione di fatica (22%), ipertensione (9%) e riduzione della
concentrazione di sodio nel sangue (tecnicamente: iponatremia,
anche questa nel 9% dei casi).
Gli autori concludono che l'Axitinib ha una chiara attività
antitumorale con una tossicita accettabile, ma insieme con noi,
concludono che è troppo presto per dire se davvero L'Axitinib può essere una valida
alternativa terapeutica anche limitatamente a qualche
sottogruppo di pazienti con CPPC. Certo, lo dicono loro e
lo ripetiamo noi, questi dati
meritano di essere controllati in nuovi più approfonditi studi.
Gianfranco Buccheri
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e all'articolo originale
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