Recidiva epatica non-mutata in adenocarcinoma EGFR-positivo. Che fare?

Gent.le dott. Buccheri,
apprezzo molto il vostro approccio, come associazione ,trasparente alle cure e mi congratulo.
Le vorrei sottoporre il caso di mia moglie Giacometti Silvana, anni 60, non fumatrice, a cui nell’ottobre 13 è stato diagnosticato dall’osp di PR un adenocarcinoma plurimetastatico, con mutazione EGFR.
Dopo varie visite, abbiamo deciso per curarsi a Bologna (DH Oncologico osp S Orsola) dove ha effettuato la radio nel nov 13 ed ha iniziato il ciclo di afatinib, dic 2013.
Ha sopportato e sopporta abbastanza bene il farmaco in dose 40 mg/di.
La prima tac del feb 14 ha dato un buon responso come le seguenti trimestrali, fino all’ultima di aprile 15 ove una metastasi al fegato si è ingrandita.
Dopo una biopsia il 29 aprile su tale nodulo, si hanno gli esami per mutazione meta, negativa, e pure negativa la T790M.
Qual è il suo parere in merito?
Ci sono altri esami o farmaci sperimentali /terapia che consiglierebbe?
A noi hanno prospettato solo la chemioterapia che ha iniziato la settimana scorsa.
Tra l’altro ora ha problemi di equilibrio.
Nel ringraziarla di cuore, attendo una sua cortese risposta.
Cordiali saluti.
Ing. Alessandro Costa


Gentile ingegnere,

la ringrazio, innanzitutto, per la fiducia e mi complimento per la capacità di sintesi.

Come lei può bene immaginare, la situazione clinica della moglie è in equilibrio precario e basta poco perchè tale condizione vada perduta.  Mi chiede cosa fare, oltre alla chemioterapia che le hanno già prospettato.  Premetto che la chemioterapia rimane, ancora oggi, l’unico trattamento efficace (anche se modestamente, per poco, e gravato da una tossicità non trascurabile), nei casi privi di mutazioni genetiche curabili con farmaci mirati.  Dunque concordo con la chemioterpia (almeno come breve test di 3/4 cicli per saggiare l’effettiva efficacia e tollerabilità…).

Cos’altro si può fare?…

Intanto verificare, magari con una RMN, se non vi sia una metastasi cerebellare, ingrossata nelle ultime settimane, che giustifichi la sindrome vertiginosa e cercare di trattarla con radiostereotassi.

Poi, consiglierei di sottoporre i vetrini della biopsia effettuata sulla metastasi epatica (così, almeno, ho interpretato la sua frase che fa riferimento al nodulo) alla CARIS, seguendo le istruzioni alla pagina: http://www.alcase.it/2014/01/caris/.  Quello che è particolarmente utile di questa procedura è non soltanto l’analisi -per qualche centinaio di mutazioni- del genoma tumorale, ma anche la ricerca bibliografica che vien fatta automaticamente per ogni mutazione riscontrata, volta a individuare il farmaco attivo (se esiste).  Fra l’altro la CARIS testa anche la sensibilità del tumore ai chemioterapici e quindi può orientare la giusta composizione di farmaci…

Un’ultima cosa da fare, in caso di non risposta alla chemio e di non individuazione di targets trattabili da parte della CARIS, è far entrare sua moglie in un programma di “terapia compassionevole” da poco avviato dall’Agenzia Italiana del Farmaco (legga con attenzione questo post: http://www.alcase.it/2015/04/come-ottenere-opdivo/).

Cordialmente,

Gianfranco Buccheri


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