Le 10 cose da non dire…

Abbiamo scovato quest’articolo sul “The GURDIAN“, il noto giornale inglese nella sua edizione on-line: http://www.theguardian.com/uk.  Si tratta dell’opinione personale di una giornalista del “The Gurdian”, Ms.  .   Non è dunque il frutto di una commissione di esperti psicologi o di ricercatori universitari, ma è comunque un punto di vista molto stimolante che merita approfondimento e una discussione aperta.

Per questo ne pubblichiamo la traduzione ed invitiamo ciascuno di voi a esprimere il proprio pensiero.

L’articolo originale si trova facilmente seguendo questo link: http://www.theguardian.com/lifeandstyle/2012/apr/18/10-things-not-say-when-ill

Dunque: Buona lettura e buon dibattito!!


Le 10 cose da non dire a un malato di tumore

Per un soggetto malato di cancro il supporto di famigliari e amici è molto importante. Non solo dal punto di vista pratico, per esempio per lo svolgimento delle attività domestiche, per fare la spesa, per accompagnarlo in ospedale, dove viene sottoposto ad esami diagnostici e terapie, ma anche dal punto di vista psicologico. Infatti, le persone care, con la loro presenza e il loro incoraggiamento, possono aiutare il paziente a convivere con la malattia, nell’attesa e nella speranza di conseguire la guarigione. Tuttavia, per assurdo, anche essere oggetto delle attenzioni e delle cure delle persone care può avere aspetti negativi. Pur animati dalle migliori intenzioni, amici e parenti possono fare e dire cose che invece di incoraggiare, rinfrancare e confortare il loro caro, risultano controproducenti. Di seguito vengono proposte dieci frasi che, dette ad un paziente affetto da potrebbero essere percepite in modo negativo, urtare la sua sensibilità o apparire ipocrite.

“Non sai quanto mi dispiace per te”

È una frase che denota un atteggiamento di compassione, che non è sempre gradito. Infatti, per un malato rendersi conto che gli altri provano pietà per lui e per la sua condizione è quasi sempre avvilente. Anche determinati gesti di compatimento, come appoggiare una mano sulla spalla, possono generare più fastidio che incoraggiamento, specie se non sono abituali, ma legati a quella particolare circostanza. Molto meglio una frase del tipo: “vorrei tanto che tu non dovessi affrontare un problema così”, perché non fanno sentire il paziente come una vittima indifesa del destino, ma piuttosto manifestano solidarietà nei suoi confronti in un momento difficile.

“Se c’è qualcuno che può superare questa prova, sei proprio tu!”

Per un paziente non è confortante sapere che gli altri considerano la sua malattia come una prova da superare e lui come una persona con le risorse giuste per affrontarla. È anche utile e incoraggiante citare come esempi positivi persone che sono guarite dalla stessa malattia.

“Ti trovo proprio bene”

Spesso, può essere percepito come espressione di ipocrisia. Il malato di tumore si guarda allo specchio e quindi vede bene sul suo volto i segni della malattia. Per questo è consigliabile evitare “complimenti” inadeguati alla situazione, che possono risultare irritanti per chi li riceve e imbarazzanti per chi li fa. La cosa migliore è evitare di parlare dell’aspetto del paziente, a meno che non sia lui a volerlo fare.

“Come ti sei sciupato…”

Alcune persone credono che frasi di questo tipo servano a far capire al malato che si è consci del suo stato e lo si compatisce. Sono frasi ed atteggiamenti inadeguati, per i motivi sopra esposti. Piuttosto si potrebbe dire qualcosa che esprima la transitorietà degli attuali problemi, di salute e di aspetto fisico, e l’augurio di una pronta ripresa.

“Come vanno i tuoi controlli?”

Un paziente oncologico, al termine di esami lunghi, invasivi e complicati, in genere, non ha voglia di condividere, con amici e parenti, gli esiti dei controlli ai quali si sottopone, specie se hanno avuto esiti poco rassicuranti. Quindi, anche se si è spinti da un reale interesse o da una sincera volontà di partecipazione, sarebbe importante controllarsi ed evitare di stressare il malato con richieste dirette di informazioni. Piuttosto, si possono chiedere notizie a qualche parente o amico stretti che ne è già al corrente.

“Qualunque cosa io possa fare per aiutarti, sono a tua disposizione”

Un malato apprezza quasi sempre un’offerta di aiuto ben definita, difficilmente profferte vaghe. Amici e parenti che si propongono per andare a fare la spesa, portare i figli a scuola, preparare la cena possono risultare di grande aiuto. Offerte generiche, invece, obbligano il paziente a richieste esplicite, che possono metterlo in imbarazzo.

“Non c’è motivo di preoccuparsi”

Negare l’evidenza o minimizzare l’entità della patologia è inutile e anche offensivo ed irritante per chi ha un tumore. Quando un malato parla delle sue paure e dei suoi timori, in genere, non lo fa per sentirsi dire che sono eccessivi e che tutto andrà bene, ma piuttosto perché discutere dell’argomento può aiutarlo a scaricare la sua ansia. La cosa migliore che può fare il suo interlocutore è ascoltarlo.

“Come sei stato con la chemioterapia?”

Curiosità di questo genere possono indurre reazioni negative nelle persone sottoposte a tale cura. A un paziente oncologico non fa piacere raccontare i dettagli di un trattamento aggressivo che notoriamente ha gravi effetti collaterali. Quando è in compagnia di parenti e amici preferisce parlare di argomenti piacevoli, per distrarsi e alleggerire la tensione.

“Non vedo l’ora di incontrarti”

Suona come una pressione indebita, che non tiene conto delle esigenze e dei ritmi di una persona affetta da cancro. Peggio ancora se poi si aggiunge che la propria agenda è fitta e che è difficile trovare il tempo di fare tutto. Meglio semplificare l’approccio e proporre qualche data o ora giuste per l’incontro.

“La notizia della tua malattia mi ha sconvolto”

È una frase che non solo non manifesta sostegno alla persona malata, ma rischia piuttosto di deprimerla. Chi ha la salute e la vita sconvolta è il malato di tumore. E’ meglio che l’amico o la persona cara mettano a disposizione del malato di cancro la loro positività e la loro energia nel supportare il malato di cancro.

Fonte: The Guardian


3 Responses to “Le 10 cose da non dire…”

  1. Riceviamo questo commento da Francesca (https://www.facebook.com/francesca.pisilli.7?fref=ufi) che, con la sua autorizzazione, pubblichiamo qui di seguito:

    “E’ già difficile per la famiglia capire cosa è giusto e cosa no, tutto sommato la malattia arriva come una (pesante) novità per tutti. Poi ci sono gli altri, che gravitano intorno alla vita del malato senza farne direttamente parte,senza subirne il dramma. Anche loro sono importanti! Io sto imparando che questa malattia (come altre) è una prova di vita interiore e sociale per tutti, forse più per i familiari che per il malato stesso, che tendiamo a proteggere al meglio. Come tutte le prove non è molto importante vedere chi la supera e chi no,a volte c’è poco da vincere;purtroppo. Però è una prova che ci cambia profondamente, che ci riporta alla vita vera, col suo senso più profondo. Ecco, si tratta di ritrovare quel senso,interiormente e con gli altri, i più vicini e i più lontani. Ci sono momenti col mio papà in cui la malattia diventa una compagna con cui convivere per forza, quindi bisogna trovarne i lati positivi, e ci sono, perchè la vita li dà sempre: la famiglia è più vicina, i chilometri si accorciano, i nipotini non danno mai fastidio, anzi…Poi si conoscono persone nuove, con nuove storie: gli altri malati e i loro familiari: sintomi uguali e diversi, vite analoghe e differenti si specchiano nello stesso problema. Si parla,certamente si dicono anche cose sbagliate che potrebbero ferire, ma ci si confronta,si va avanti, finchè la vita lo concede. Non discuto sui momenti di angoscia, fanno parte del gioco anche quelli, soprattutto con i dolori,ogni volta che la malattia si rifà presente, e certo, sentire frasi fatte in quei momenti è tremendo, ma sentire le parole che vorresti è raro (anche perchè non sai neanche tu quali sono), non sentire niente vuol dire che sei solo,con la tua compagna obbligata che ti sta lacerando dentro. E’ una malattia di famiglia, volere o nolere, noi familiari facciamo del nostro meglio per alleggerirne il peso,con i nostri errori.”

    Grazie, Francesca, per aver voluto condividere con noi la tua esperienza!..

  2. Alex scrive:

    Non mi dilungo nel descrivere il calvario che ha devastato me e la mia famiglia per oltre otto mesi, ossia da quando a mio fratello è stato diagnosticato un adenocarcinoma polmonare con versamento pleurico e un numero imprecisato di metastasi cerebrali con mutazioni negative (pochi giorni prima aveva partecipato ad una maratona ed in vita sua non ha mai toccato una sigaretta), anche in considerazione dei casi più o meno analoghi elencati in altri commenti, e mi soffermo invece nell’offrire una riflessione stimolata dalla conversazione avuta con il direttore del reparto di oncologia che lo sottopose a quattro inutili e dannosi cicli di chemio, dopo avegli chiesto per telefono se respirava e camminava ancora (era appena stato dimesso dall’ospedale e quella domanda fu un duro colpo per la sua psiche già duramente provata, dato che gli avevano rivelato la presenza del tumore costringendolo ad alzarsi dal letto trascinandosi il catatere toracico fino allo studio del primario).
    Per più di mezz’ora quest’ometto occhialuto dall’aria di un addetto al catasto mi ha snocciolato orripilanti banalità sulla caducità dell’uomo, sul fatto che siamo tutti destinati a morire, che lui stesso aveva avuto due infarti, che il suo luogo preferito era il cimitero, che sapeva a memoria quanti mesi restavano a ciascuno dei suoi pazienti, che era stanco di assecondare parenti illusi che continuavano a chiamarlo per somministrare nuovi farmaci a persone già condannate, che dovevo piantarla di oppormi alla chemio e di dire che era dannosa, che io e la mia famiglia saremmo stati contenti quando lui se ne sarebbe andato. Al che, preso da un moto di ribrezzo e indignazione, gli ho chiesto per quale ragione lo stava sottoponendo a quella chemio (che già dopo il primo ciclo aveva determinato sintomi terribili) se sapeva che era del tutto inutile, impedendoci di rivolgerci ad un istituto più qualificato per trovare almeno il modo di migliorare la sua qualità di vita. Lui con fare paternalistico mi ha citato allora l’esempio dell’asino di Buridano, aggiungendo che l’unica medicina era la morte, ossia implicitamente mi stava dicendo che lo stava sottoponendo ad una ipocrita forma di eutanasia legale a base di cisplatino e pemetrexed al costo di 12.500 euro. Pochi giorni dopo ho saputo che quando il dottore aveva rivisto mio fratello gli aveva chiesto con aria di scherno se aveva altri fratelli che volevano venire a fargli perdere tempo.
    A questo si aggiunga che ogni qualvolta mio fratello si trovava ad aver bisogno di assistenza per via di orripilanti sintomi ingestibili, il dottore non si è mai reso reperibile e nei weekend il reparto era chiuso.
    Quando alla fine dei cicli, che dai tre preventivati sono inspiegabilmente diventati quattro, il dottore comunicò a sua moglie che, come purtroppo temevo, i noduli erano aumentati, che il polmone si era di nuovo riempito di liquido e che le metastasi cerebrali si erano estese, tutto quello che pensò di fare fu di pronosticarle l’imminente decesso di mio fratello che sarebbe avvenuto nel giro di pochi mesi. Lei ebbe un crollo psicologico che mio fratello e suo figlio di certo notarono. Finalmente davanti all’evidenza dell’incompetenza e della crudeltà di quell’essere mio fratello si convinse che doveva rivolgersi altrove, ma nel giro di tre mesi, nonostante dieci sedute di radioterapia per arrestare le metastasi cerebrali, nuove visite presso un oncolgo di fama internazionale e il ricovero a Milano per secondo drenaggio e biopsia, la sua salute già seriamente minata dalla chemio si è deteriorata al punto da impedirgli di sottoporsi all’immunoterapia.
    Sorvolo sulla disumanità di altri medici che ci dissero che gli stavano facendo un favore a somministrargli delle flebo quando ebbe un collasso durante l’ennesima visita per analisi (che inspiegabilmente non evidenziarono l’infezione estesa che si era propagata dalla ferita della biopsia) dopo aver percorso per l’ennesima volta 700 km in treno su una carrozzella nell’afa di Giugno, così come su quella dottoressa che ci rimproverò di averlo portato nel pronto soccorso dopo una crisi respiratoria perchè avremmo fatto meglio a lasciarlo morire a casa. Un lungospravvivente affetto da quasi 4 anni dallo stesso adenocarcinoma ma con una fortunatissima doppia mutazione, ha letto l’orazione funebre in cui ho raccontato per sommi capi la via cucis di mio fratello, commentando che c’è troppo rancore e odio nelle mie parole e che “devo aver avuto una sifga unica” , segno che purtroppo la sua malattia non gli ha permesso di aprire gli occhi su quello che sta davvero avvenendo in Italia, come mi stanno dimostrando le centinaia di lettere di solidarietà e approvazione che continuo a ricevere da parenti di malati di cancro, mentre scrivo. A tutti gli altri (pochi) medici e infermieri che ci hanno rivolto dei sorrisi e parole di incoraggiamento va invece la mia gratitudine. Forse non tutto è ancora perduto. Forse.

  3. Grazie, Alex per la tua toccante testimonianza….
    Gianfranco

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