Preg.ma Redazione Medica di AlCASE,

avrei bisogno di una delucidazione relativamente ad un referto di una lastra al torace effettuata da mio padre, che ha 55 anni, è un forte fumatore ed è affetto da tosse persistente e lieve dolore toracico. Il referto riporta la seguente diagnosi:“diffuso ispessimento delle pareti bronchiali, espressione di alterazioni aspecifiche di tipo bronchitico e peribronchitico – non lesioni parenchimali a focolaio in atto – seni costo frenici normoespansi, liberi da versamenti – immagine cardiaca nella norma – ili bilateralmente congesti”. Ha eseguito cure farmacologiche con mucolitici ed antinfiammatori. Dobbiamo preoccuparci? Il radiologo avrebbe dovuto prescrivere una seconda lastra di controllo oppure una TAC?Grazie mille per l’attenzione e la disponibilità.
E. M.

Gentile EM,

la mia risposta è no, almeno per questo referto.  Quello che mi trascrive, infatti,  è il referto standard che i radiologi usano spesso per descrivere il torace di un bronchitico cronico (e probabilmente suo papà, essendo un forte fumatore, lo è).

In relazione alla seconda domanda, non il radiologo, ma il suo medico di famiglia dovrebbe prendere in considerazione l’idea di richiedere una TAC del torace di tipo spirale o elicoidale (in altre parole, una TAC che usa basse dosi di radiazioni) senza mezzo di contrasto.  Dalle poche cose che mi dice, suo papà rientra a pieno nei soggetti a rischio di sviluppare un cancro del polmone ed in questi soggetti lo screening è raccomandato (soprattutto se sono insorti nuovi sintomi negli ultimi tempi..).

Cordialmente,

Gianfranco Buccheri


3 Responses to “Referti radiologici…”

  1. E.M. scrive:

    Preg.mo Dottore,
    grazie infinite della risposta. Deduco che non esistano linee guida o protocolli ufficiali ai quali il radiologo, come medico specialista, debba attenersi quando formula una diagnosi o quando deve richiedere un approfondimento diagnstico…è tutto rimesso alle valutazioni del medico di famiglia?grazie ancora.E.M.

  2. Deduce correttamente. Non esistono protocolli di refertazione radiologica e..pensandoci bene… non può essere che così. Si tratta, infatti, di una valutazione qualitativa che, per la sua stessa natura, ha una grande componente di soggettività.
    E come lei dice, il tutto è rimesso nelle mani del medico di famiglia (o di altro medico che abbia la sua fiducia).
    Lo specialista più pertinente al caso è il pneumolgo.
    Cordialmente,
    Gianfranco Buccheri

  3. Propongo una interessante puntualizzazione che un collega radiologo mi ha appena inviato da Roma, e che corregge in parte quanto da me affermato nella mia prima risposta. Sostanzialmente, egli dice, il radiologo, oltre ad interpretare l’esame in questione, deve suggerire al clinico l’iter diagnostico successivo. Nel caso di E.M., tuttavia, il suggerimento di fare una TAC spirale non sarebbe potuto partire dal radiologo perché la valutazione del rischio di cancro è solo clinico-anamnestica. In linea generale, tuttavia, il fatto che due medici siano responsabili -sia pur in modi differenti- di una stessa decisione è senz’altro un’ottima cosa. Perché ciò dà più garanzie al paziente. E io mi sento di condividerlo appieno. Grazie, dunque, Dr. Canitano, per il tuo intervento, che qui di seguito trascrivo:

    “Caro Buccheri,
    sono un medico radiologo che lavora all’istituto tumori di
    Roma e apprezza moltissimo il vostro lavoro.
    Solo per questo, perché credo profondamente nella indispensabilità di
    una relazione fra colleghi, con i pazienti e tutti insieme, un po’
    come un’orchestra, che mi piace puntualizzare alcune delle cose che
    con grande competenza hai spiegato al Sig. E.M.
    Sei assolutamente nel giusto quando esprimi la soggetività delle
    nostre prestazioni e interpretazioni, anche se tutta la radiologia sta
    cercando con fatica di allinearsi alla necessità di maggiore
    “oggettività” con le metodiche “quantitative”, cone le check lists
    diagnostiche, con i referti strutturati, e speriamo che presto un
    radiolgo non si senta più sminuito ma aiutato dalla possibilità di
    seguire una linea per la sua refertazione, con relazioni più chiare
    fra segni e patologie… In fondo, noi radiologi siamo degli anatomopatologi
    virtuali in vivo!… Quello che dici dei medici di famiglia è vero, ma ahimé
    legge e consuetudine della radiologia clinica è anche stabilire il migliore
    percorso diagnostico per il quesito del clinico. Noi in genere
    preferiremmo indicare il percorso sulla base del quesito. Per capirsi,
    il medico dovrebbe poter esprimere il suo dubbio diagnostico a noi e
    noi dovremmo, solo per competenza culturale, indicare il miglior modo
    per confermarlo o meno. E anche il dovere di indicare altri passi
    diagnostici ci viene spesso giustamente richiesto. E’ per
    questo, e vengo alla in parte giusta richiesta del paziente, che noi
    non scriviamo per essere comprensibili ai pazienti, ma ai colleghi, in
    qualche modo siamo i “consulenti” dei coleghi medici e abbiamo
    necessità che essi capiscano con chiarezza ciò che diciamo e poi, come hai
    fatto tu, lo spieghino ai pazienti di cui sono l’interfaccia. Certo
    ai pazienti alcuni di noi spiegano volentieri cosa vuol dire quel
    gergo che usiamo per farci capire bene dagli altri medici… Non ci si
    dovrebbe mai rifiutare, ma per esempio in Francia i referti
    radiologici sono chiusi in busta, scritti in forma di di lettera, e
    cominciano con “Cher collegue…”. Continuerò a seguire il vostro
    lavoro così significativo e così lontano dalle logiche del mercato che
    ahimé governano gran parete del nostro lavoro.
    Con stima, Stefano Canitano.”

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