Nexavar® anche per il tumore al polmone?…

Negli ultimi anni, sono state acquisite nuove conoscenze sulla biologia del cancro del polmone. A seguito di tale interesse, si è assistito ad un netto incremento delle scoperta di nuove molecole in grado di interferire con i normali meccanismi di crescita e di diffusione del tumore. Ciò è particolarmente vero per il cancro del polmone non a piccole cellule (CPNPC).

Fra i numerosi targets molecolari studiati, vi è il sistema della tirosinchinasi, che sono enzimi particolarmente attivi in molteplici condizioni cancerose e precancerose. Molti nuovi farmaci sono capaci di inibire il sistema delle tirosichinasi, e molti altri prometto di esserlo, essendo in fase avanzata di studio.

Il Sorafenib (Nexavar®, Bayer) è una piccola molecola, capace di inibire specificamente le tisosichinasi di due via metaboliche che danno alla cellula l’ordine di crescere e moltiplicarsi: le cosidette “Ras/Raf e MEK/ERK patways”, ma anche di inibire le tirosinchinasi del recettore 2 del fattore di crescita vasculo-endoteliale (VEGFR-2) e quelle del recettore beta del fattore di crescita derivato dalle piastrine (PDGFR-beta).

Un piccolo passo indietro per ricordare che un recettore è una specie di serratura, posta sulla membrana cellulare, che riconosce un solo tipo di chiave, ovvero una particolare proteina. Dalla loro combinazione scaturisce l’ attivazione di una cascata di eventi, all’interno della cellula, fra le quali vi è, appunto, l’inibizione del sistema delle tirosinchinasi. Il segnale della proteina esterna viene così riconosciuto dalla cellula che risponde specificamente a tale segnale.

Il Sorafenib ha già dimostrato possedere una sicura attività antitumorale nel carcinoma renale a cellule chiare a nell’epatocarcinoma (il principale tumore del fegato), così da essere stato approfato per l’uso umano in tali indicazioni, sia dall’FDA americano sia dalla corrispondente commissione europea del farmaco.

Nel cancro del polmone, fino a questo momento, vi sono state poche segnalazioni di un suo uso, anche in ambito sperimentale. Ora questo vuoto potrebbe essere colmato. Nell’ultimo numero di agosto del Journal of Clinical Oncology è comparso un articolo a firma di Blumenschein GR e coll. che riassume i principali risultati di uno studio multicentrico di fase II su pazienti con CPNPC avanzato o recidivato. Due i centri partecipanti: l’MD Anderson Hospital dell’ Università del Texas negli USA, e l’ Oncologia Toracica dell’Ospedale di Grosshansdorf in Germania.

Quelli che seguono sono i principali elementi che caratterizzano lo studio e ne riassumono i risultati. Cinquantadue dei 54 pazienti arruolati alla sperimentazione furono trattati con Sorafenib 400 mg, due volte al giorno, per os, fino a progressione del tumore o tossicità inacettabile. L’istologia prevalente del gruppo trattato era adenocarcinoma (54%). In tale campione di studio, i ricercatori non hanno osservato remissioni di malattia, ma più della metà poterono godere di una stabilizzazione della stessa (59%). La sopravvivenza di tutto il gruppo trattato fu di 2.7 mesi (sopravvivenza libera da progressione di malattia), e di 6.7 mesi (sopravvivenza globale). A fronte di ciò, furono osservate tossicità di grado moderato-severo nel 10% dei casi (reazioni cutanee delle estremità), oltre a ipertensione (4% dei casi), fatica e diarrea (2%).

E’ troppo presto per dire, nonostante l’autorevolezza degli autori e della rivista scientifica che ne ha pubblicato i risultati, se davvero il Sarafenib può essere una valida alternativa terapeutica, anche limitatamente a qualche sottogruppo di pazienti con CPNPC. Certo, questi dati meritano di essere controllati e approfonditi in nuovi studi.

Gianfranco Buccheri

Report del 14-04-2009


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