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Axitinib (™ Pfizer Oncology): un nuovo antiangiogenetico

L’Axitinib (™ Pfizer) è un inibitore orale selettivo dei recettori 1,2,3 del fattore di crescita vasculo-endoteliale (VEGFR 1,2,3). I VEGFR sono ritenuti essere alla base dell’angiogenesi tumorale e, conseguentemente, fondamentali per la crescita e la diffusione dei tumori, fra cui: il carcinoma renale a cellule chiare, ed i cancri della mammella, del polmone, della tiroide e dell’intestino.  L’Axitinib è un farmaco di uso soltanto sperimentale, perchè non ancora approvato da alcuna agenzia statale per l’uso umano del farmaco.  Tuttavia, i primi dati sperimentali hanno dato risultati promenttenti, almeno nel carcinoma renale a cellule chiare e nel cancro del polmone non a piccole cellule (CPNPC).

Un piccolo passo indietro per ricordare che un recettore è una specie di serratura, posta sulla membrana cellulare, che riconosce un solo tipo di chiave, ovvero una particolare proteina.   Dalla loro combinazione scaturisce l’ attivazione di una cascata di eventi all’interno della cellula.  Il segnale della proteina esterna viene, in tal modo, riconosciuto dalla cellula che risponde specificamente a tale segnale.

Nel caso in questione, l’inibizione dei recettori VEGFR 1,2, e 3 determina:

  1. l’inibizione della vascolarizzazione del tumore (VEGFR 1)
  2. l’inibizione della proliferazione delle cellule endoteliali e la conseguente inibizione della angiogenesi (VEGFR 2)
  3. l’inibizione della linfonagiogenesi (neo-crescita di vasi linfatici nel tumore) con conseguente blocco della diffusione di certi tumori ai linfonodi regionali

Ora Shiller e coll. riportano, sul numero di agosto del JCO, nuovi dati clinici di efficacia e tolleranza dell’Axitinib nel trattamento del CPNPC.  Si trattava di un studio di fase 2, a singolo braccio di trattamento, multicentrico. Quasi tutti americani i centri oncologici partecipanti, fra cui spiccano: il Simmons Comprehensive Cancer Center dell’Università del Texas a Dallas; l’Humphrey Cancer Center dell’Università di California a Irvine; Il Vanderbilt University Medical Center a Nashville nel Tennesee; L’università di Chicago in Illnois…

Quelli che seguono sono i principali elementi che caratterizzano lo studio in questione e ne riassumono i risultati.   Trentadue pazienti, con CPNPC avanzato e un’età mediana di 66.5 anni, furono arruolati alla sperimentazione.  Tutti ricevettero una dose di 5 mg di Axitinib, 2 volte al giono per os.  La maggioranza (75%) di questi pazienti aveva un adenocarcinoma; 9 di essi non avevano ricevuto precedentemente alcuna chemioterapia.  A seguito del trattamento con Axitinib, tre pazienti ebbero una risposta obiettiva parziale (confermata da più investigatori); mentre la percentuale di controllo della malattia (parametro che include anche le malattie stabili) fu del 41%.  La sopravvivenza libera da progressione di malattia 4.9 mesi in tutto, mentre quella globale fu di 14.8 mesi.  Significativi eventi avversi legati al trattamento (grado 3) furono sensazione di fatica (22%), ipertensione (9%) e riduzione della concentrazione di sodio nel sangue (tecnicamente: iponatremia, anche questa nel 9% dei casi).

Gli autori concludono che l’Axitinib ha una chiara attività antitumorale con una tossicita accettabile, ma insieme con noi, concludono che è troppo presto per dire se davvero L’Axitinib può essere una valida alternativa terapeutica anche limitatamente a qualche sottogruppo di pazienti con CPPC.  Certo, lo dicono loro e lo ripetiamo noi, questi dati meritano di essere controllati in nuovi più approfonditi studi.

Gianfranco Buccheri

Report del 14-04-2009


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