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Avastin®-chemioterapia – un binomio promettente

Avastin®-chemioterapia – un binomio promettente

Una novità, forse percepita come più immediata e concreta, riguarda le strategie di cura. Un’ampia sperimentazione clinica, randomizzata, controllata e finanziata dal National Cancer Institute (l’Istituto Nazionale sul Cancro degli U.S.A.), dimostra che i pazienti con tumore del polmone non a piccole cellule in stadio avanzato che assumono l’ Avastin® (Bevacizumab, un anticorpo monoclonale che si lega ed inibisce il fattore di crescita vasculo-endoteliale) in combinazione con la chemioterapia standard vivono più a lungo dei pazienti sottoposti alla stessa terapia ma senza l’anticorpo succitato. L’aggiunta alla chemioterapia di questo agente molecolare garantisce dunque una maggiore sopravvivenza.

Nello studio non sono stati inclusi i pazienti con carcinoma del polmone a cellule squamose: precedenti esperienze cliniche avevano infatti evidenziato in questo caso un più elevato rischio di emoftee dopo la terapia con Avastin. Tantomeno erano stati ammessi quei malati nella cui storia clinica figurava l’emottisi.

Afferma il dottor James Doroshow, direttore della Divisione di trattamento e diagnosi del tumore presso il National Cancer Institute: «Questo esperimento rappresenta un ulteriore passo in avanti riguardo il trattamento dei pazienti con cancro del polmone avanzato. È proprio da una migliore conoscenza dei processi molecolari coinvolti che potrà derivare un significativo progresso nella cura della malattia».

I benefici effimeri dell’Iressa

Il National Cancer Institute ha sponsorizzato anche un altro test clinico randomizzato, con l’obiettivo puntato sull’ Iressa . Si tratta di un farmaco che inibisce un enzima presente nelle cellule del cancro del polmone e fondamentale per il loro sviluppo. Dal confronto tra l’Iressa e il placebo, somministrati successivamente alla chemioterapia e all’irradiazione toracica nei pazienti con tumore del polmone non a piccole cellule, è emerso che il primo non migliora la sopravvivenza.

I risultati di questa ricerca, condotta su 672 pazienti con malattia stabile o avanzata, sono stati resi noti nel maggio del 2005, in occasione del congresso annuale dell’ASCO, la Società Americana di Oncologia Clinica.


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