Il ruolo dei media nella lotta al cancro del polmone: la lezione americana

Inutile, e deplorevole, additare e ghettizzare i tabagisti. Nel caso del cancro del polmone, la più esiziale delle forme tumorali, meglio puntare sull’informazione. Perché va da sé che una maggiore conoscenza si traduce in una maggiore consapevolezza sociale del problema, con un effetto domino positivo su prevenzione, ricerca e cura del paziente. È quanto emerso da uno studio presentato da CancerCare, nostro partner internazionale nell’ambito della Global Lung Cancer Coalition, lo scorso 17 maggio al 41° meeting annuale della Società Americana di Oncologia Clinica (ASCO).

Una precedente ricerca di CancerCare, realizzata tra l’agosto ’99 e il luglio 2000 e condotta su circa 2000 spazi informativi dedicati al cancro, aveva rivelato una minor copertura mediatica del tumore del polmone rispetto a quelli del seno, della prostata e del colon rettale. Nonostante il tumore del polmone detenga la consistente fetta del 28% delle morti per cancro negli Stati Uniti. Nonostante sia stato previsto che nel solo 2005 verrà diagnosticato a più di 172 mila americani, e di essi oltre 163 mila ne moriranno.

All’origine di questa visibilità inadeguata, vi era una sorta di “predilezione” pubblicistica per l’argomento “fumo”, per la semplice e cinica ragione che sbattere il mostro in prima pagina giova a tirature ed ascolti assai più del focalizzare le contromisure atte a contrastarlo e debellarlo. Ma grazie a CancerCare e alle altre organizzazioni americane di advocacy , dalle crociate denigratorie contro gli schiavi della nicotina si è passati a campagne di sensibilizzazione su scala nazionale. Come la Settimana della Consapevolezza del Cancro del Polmone, promossa da CancerCare, che in cinque anni ha determinato un progressivo calo della mentalità “colpevolista”, e, per converso, un aumento della comprensione dei rischi e delle possibili opzioni terapeutiche a favore di chi ha contratto la malattia. E il succitato lavoro presentato nell’ultimo meeting dell’ASCO, ha constatato un’inversione di tendenza circa l’approccio dei media all’argomento. In effetti, il confronto tra questo studio supplementare e quello precedente dimostra che:

  1. Il volume degli articoli sul cancro del polmone è cresciuto del 10%.
  2. Il volume degli articoli sempre inerenti il cancro del polmone ma incentrati su tabacco e fumo, cioè sulle cause, è diminuito del 15%.
  3. Trattamento e ricerca ricevono adesso maggiore copertura da parte dei media, incluse le sperimentazioni cliniche, le terapie di supporto e le storie dei pazienti.
  4. Oggi il cancro del polmone vanta un eguale numero di storie celebri rispetto al cancro del seno, il più gettonato nel panorama dell’informazione. Sono dati ancora modesti, ma incoraggianti. «Abbiamo toccato con mano il potere dei media nell’innalzare la soglia dell’attenzione e nel mutare la percezione dell’opinione pubblica», ha dichiarato Diane Blum, direttore esecutivo di CancerCare. «È eccitante vedere come adesso stampa, radio, network e Internet comincino ad essere la voce di gruppi a lungo considerati una vergogna per la società. Come siamo stati pionieri nel sostegno alla lotta contro il tumore del seno, così speriamo di ottenere risultati analoghi sul fronte del cancro del polmone». Lo scenario americano insegna quindi che attività di advocacy e azione dei media possono dar vita ad un circolo virtuoso. Proprio quello che noi – su scala minore, certo – siamo impegnati a propiziare in Italia. Forti del fatto che nel nostro Paese, i pazienti con cancro del polmone non sono visti come malati di serie B.

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